Il Partito comunista cinese alla lotteria della comunicazione

di Giorgio Cuscito 

tratto da Limes – Rivista Italiana di Geopolitica, link diretto: http://temi.repubblica.it/limes/il-partito-comunista-cinese-alla-lotteria-della-comunicazione/42447

(traduzione: competizione culturale sullo studio del diciottesimo Congresso del Partito.Il premio di 5000 rmb ti aspetta!)

“Studiare lo spirito del diciottesimo Congresso del Pcc”:questo il titolo (e l’obiettivo) dell’insolita lotteria indetta dal Partito comunista cinese. La competizione è gestita dal Giornale del Popolo (organo ufficiale del regime) ed è accessibile fino al 28 febbraio attraverso la pagina web dedicata al Pcc.
 
Insolito è soprattutto il metodo di partecipazione: basta, infatti, rispondere a un quiz… politico. L’argomento in questione è il shi ba da, letteralmente “il grande diciotto”, come i cinesi chiamano il Congresso tenutosi lo scorso novembre. A disposizione del giocatore cinque gruppi da venti domande: dopo averne scelto uno e risposto correttamente a tutti i quesiti, è possibile inviare i propri dati e partecipare alla lotteria.
 
In palio 5000 rmb (pari a 600 euro), la mensilità di un colletto bianco cinese con almeno 3 anni di esperienza. Basta leggere le domande per capire che “in gioco” c’è ben altro.
 
Esempio n.1. In 90 anni di duro lavoro, il nostro Partito ha unito e guidato tutte le etnie del nostro popolo. La vecchia Cina, povera e arretrata, è diventata una nuova Cina, forte e prospera. Il grande ringiovanimento della nazione cinese mostra brillanti prospettive. Siamo molto orgogliosi della storia del nostro Partito e del nostro popolo; crediamo fortemente negli __________ che il partito e il popolo hanno raggiunto; siamo estremamente consapevoli delle responsabilità storiche assunte dal Partito.
A) convinzioni politiche
B) ideali e le convinzioni
C) obiettivi
(Risposta corretta: B)
 
Esempio n.2. L’argomento del diciottesimo Congresso nazionale del popolo del Partito comunista cinese è: __________.
A) tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, seguire le teorie di Deng Xiaoping, il principio delle “Tre Rappresentanze” e la concezione scientifica dello sviluppo; emancipare la mente, fare riforme e aprirsi; raccogliere le forze e unirsi per combattere incrollabilmente lungo la strada del socialismo con caratteristiche cinesi per costruire una società prospera.
B) tenere alta la grande bandiera della teoria di Deng Xiaoping, attuare pienamente il pensiero delle “Tre Rappresentanze”, portare avanti la nostra causa, stare al passo con i tempi, costruire una società prospera e accelerare la modernizzazione socialista; lottare per iniziare una nuova fase per la causa del socialismo con caratteristiche cinesi.
C) tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, seguire le teorie di Deng Xiaoping e l’importante principio delle “Tre Rappresentanze”; attuare pienamente il concetto scientifico di sviluppo, continuare a emancipare la mente, persistere nella riforma e nell’apertura, promuovere lo sviluppo scientifico e l’armonia sociale; lottare al fine di raggiungere nuovi traguardi nella costruzione di una società prospera.
(Risposta corretta: A)
 
Esempio n.3. La riforma del sistema politico deve prestare maggiore attenzione a migliorare il sistema democratico e arricchire le forme di democrazia, al fine di garantire al popolo l’attuazione di __________, secondo la legge.
A) auto-gestione, auto-educazione, auto-monitoraggio
B) consultazione democratica, dialogo democratico, informazione aperta, trasparenza democratica
C) elezione democratica, processo decisionale democratico, gestione democratica e controllo democratico
(Risposta corretta: B)
 
Sofferenze del passato (la povertà e l’arretratezza), successi del presente (la grande crescita economica) e sfide del futuro (migliorare la qualità della vita dei cittadini, rafforzare l’esercito, eliminare la corruzione, l’inquinamento): tutto è concentrato in poche righe.
 
Il quiz non poteva non menzionare la ricetta per “la crescita pacifica”: continuare lungo la via del socialismo con “caratteristiche cinesi”, seguire le teorie di Xiaoping, perseguire l’armonia sociale, dare la priorità alla crescita economica, rafforzare lo Stato di diritto ecc…
 
C’è anche spazio per parlare di riforme democratiche; in questo caso la risposta occidentale è, letteralmente, quella sbagliata. Quella “giusta” prevede termini vaghi come “consultazione e dialogo democratico” e “trasparenza”, ma esclude il suffragio universale e un processo decisionale democratico. La Cina non vuole imitare l’Occidente, in politica.
 
Allora il quiz diventa un vademecum del Pcc e il giocatore diventa studente; a vincere non è il fortunato cittadino estratto, ma il Partito stesso che, in quanto maestro, diffonde i suoi insegnamenti. Ad oggi, solo 500 mila persone hanno partecipato alla lotteria (una cifra esigua rispetto agli 80 milioni di iscritti al Partito). Più che il numero di partecipanti, ciò che conta è la spontaneità con cui il giocatore/studente decide di giocare/apprendere.
In più occasioni, la Cina ha ammesso di essersi dovuta adeguare alle nuove esigenze della società cinese per accrescere il livello di comunicazione con il popolo. Certamente, per il governo cinese diffondere “lo spirito del Partito” è ancora la sfida più delicata.
 
Resta da vedere se il metodo “studia e vinci” rappresenti,oppure no, il preludio allo sviluppo di più raffinate tecniche di persuasione.

A Shanghai va bene la crescita economica senza democrazia

A Shangai va bene la crescita economica senza democrazia pubblicato da Limes Rivista Italiana di Geopolitica 
Città che ha dato i natali al Partito comunista cinese (Pcc), Shanghai è oggi il principale centro del business della Cina continentale. La popolazione, disillusa e orientata al money-making, ha seguito solo in maniera apparentemente distratta lo svolgimento del diciottesimo congresso del Partito.


Il primo luglio 1921 a Shanghai dodici uomini, tra cui Mao Zedong, si incontrarono segretamente al primo piano di unoshikumen (letteralmente arco di pietra), tradizionale abitazione locale dell’epoca. Tra gli argomenti di cui parlarono, vi era la fondazione del Partito comunista cinese: fu quello il primo congresso del Pcc.
Dopo novantuno anni, l’architettura di Shanghai è cambiata. Grattacieli e negozi di lusso costellano la città, diventata oggi il principale polo economico della Cina continentale. Ma solo all’apparenza l’umile struttura di quello shikumen, oggi meta turistica, contrasta con lo skyline di Shanghai; al contrario, la loro convivenza simboleggia il passato e il presente dell’Impero di Centro lungo la via del socialismo con “caratteristiche cinesi”.
[Lo skyline di Shanghai. Fonte: Ansa]


Un mese fa, come è noto, si è tenuto a Pechino il Diciottesimo congresso del Pcc; il conclave mandarino si è svolto in una capitale blindata, con controlli serrati e ferree regole di sicurezza: vietato far volare palloncini, aerei telecomandati e piccioni; bloccati i finestrini posteriori dei taxi; tutte precauzioni per evitare la diffusione di messaggi anti-Partito.
Intanto, a mille chilometri di distanza, una Shanghai a metà tra la disillusione e la distrazione ha continuato a occuparsi del business. Naturalmente, manifesti inneggianti al Partito sono stati affissi in tutta la città, ma quasi nullo è stato il dispiegamento di forze di polizia per le strade. Come di consueto, i pendolari hanno potuto evitare il controllo bagagli posto all’entrata della metropolitana: un comportamento non ammesso a Pechino in qualsiasi periodo dell’anno, figurarsi in un momento così importante. Ci ha pensato Internet, quasi paralizzato dagli innumerevoli firewall governativi, a ricordare agli shanghainesi che nella capitale si definiva (si formalizzava?) il destino della Cina per i prossimi cinque anni.
“È inutile ascoltare le notizie, i media cinesi riprendono le dichiarazioni ufficiali del governo parola per parola”, commenta Sonia, shanghainese di 38 anni, guardando distrattamente le immagini di Xi Jinping sugli schermi della metropolitana. “Ho seguito i commenti sul congresso su Sina Weibo e QQ (i principali social network cinesi), perché la crescita economica mi interessa molto.” Secondo Chan, venuto dalla campagna a cercare fortuna a Shanghai, non c’era motivo di seguire il congresso, “tutti sapevano come si sarebbe concluso” e in ogni caso “non importa chi viene nominato quando a governare è un partito solo”. “Cosa possiamo fare se non prendere semplicemente coscienza di quanto il Partito decide?” dice Li, yuppie originario di Guangzhou.
I cittadini sono consapevoli di non avere alcuna capacità decisionale, ma il livello qualitativo della nuova classe dirigente del Partito, più istruita e giovane rispetto alla precedente, sembra rincuorarli. I magnifici sette che guideranno il paese sono tutti laureati, qualcuno anche in materie umanistiche, e hanno accumulato esperienza nelle amministrazioni di municipalità locali.
Xi Jinping – segretario del Pcc e futuro presidente della Rpc – e Yu Zhengsheng non sono volti nuovi per gli abitanti di Shanghai: entrambi hanno svolto il ruolo di capo del Partito locale. Li Keqiang, che prenderà le redini dell’economia cinese, parla un fluente inglese e durante i suoi studi all’Università di Pechino è stato esposto alle idee occidentali. “Ho letto che il congresso vuole raddoppiare il pil pro-capite entro il 2020; sono contenta di quello che stanno facendo per controllare l’inflazione” afferma Liu, impiegata di una grande azienda americana. Gli obiettivi degli shanghainesi coincidono con quelli del Pcc: un’istruzione migliore, un lavoro più stabile, sicurezza sociale, assistenza medica, miglioramento delle condizioni sanitarie, riduzione dell’inquinamento e soprattutto eliminazione della corruzione.
È quest’ultimo punto il vero tallone d’Achille, come ha affermato lo stesso Xi Jinping. “Hanno dichiarato di voler eliminare la corruzione, ma come possono farlo se sono loro i corrotti?” sostiene un tassista arrabbiato.
Nelle parole degli shanghainesi questi obiettivi si riassumono nel concetto di heping fazhan ovvero “sviluppo pacifico”. Dalla “lista dei desideri” dei cinesi, e del Partito, rimangono ancora fuori questioni come la riforma del sistema politicola partecipazione popolare o la tutela dei diritti umani. Solo una piccola parte della popolazione cinese, e in particolare di quella shanghainese, analizza questi argomenti e quando il loro interesse si trasforma in azione l’arresto è molto probabile; come nel caso degli attivitisti Shen Peilan e Han Zhongming, arrestati due giorni prima del congresso per disturbo della quiete pubblica. Oppure quello di Chen Jianfang fermato a Pechino il 5 novembre; rispedito a Shanghai, Chen è ancora detenuto nella prigione di Pudong con la medesima accusa.
Complessivamente, gli abitanti della “Perla d’Oriente” seguono l’attitudine della città: cavalcando l’onda della crescita economica, concentrano le proprie energie nel business e su come spendere i soldi guadagnati. Il modo in cui gli shanghainesi hanno, o meglio, non hanno seguito il congresso identifica quella parte della Cina che sta assaporando i benefici del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ma non sente ancora la reale necessità di partecipare alla vita politica. Ma questo non è necessario finché l’economia cinese, di cui Shanghai è il profilo migliore, cresce ad un tasso del 10% annuo.
Viene spontaneo chiedersi per quanto tempo il governo potrà fare affidamento solo sulla sua crescita economica per gestire la popolazione e cosa potrebbe succedere se lo “sviluppo pacifico” dovesse arrestarsi. Nel frattempo, per Shanghai, la politica propriamente detta rimane lontana dagli occhi, lontana dal cuore.
Il volume di Limes 6/12 “Usa contro Cina“, uscito martedì 11 dicembre, si occupa dei rapporti tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. Puoi acquistarlo in edicola o in libreria, oppure scaricarlo su iPad.


Lippi in Cina: quando il calcio diventa Soft Power

Dopo due anni di pausa Marcello Lippi, allenatore di Juventus, Inter e Nazionale, riparte dalla Cina: dal 17 maggio, l’ex CT azzurro è alla guida del Guangzhou Evergrande, con cui ha firmato un contratto da 10 milioni di euro a stagione per due anni e mezzo. 

Il Guangzhou milita nella Chinese Super League (CLS), la serie A mandarina. Il presidente della squadra, il trentunenne finanziere Liu Yongzhuo, si ispira dichiaratemente a Roman Abramovich ed intende fare della squadra di Canton il “Chelsea d’Asia”. 
Partecipa alla spedizione lo staff composto da Rampulla (ex portiere della Juventus), Pezzotti, Gaudino e Maddaloni.
Lippi festeggia la sua prima vittoria in Cina


Marcello Lippi ha cominciato alla grande la sua avventura  battendo i Giapponesi del Tokio F.C. e approdando ai quarti di finale dell’Asian Champions League.  
Come gli arabi circa 10 anni fa, i cinesi hanno iniziato una ricca “campagna acquisti” sul mercato europeo per garantire un salto di qualità al proprio calcio. L’allenatore italiano non è infatti l’unico ad aver ricevuto proposte dall’Impero di Mezzo: anche Didier Drogba, ex Chelsea, e Alex Del Piero, ex capitano della Juventus, sembrano in partenza per l’Oriente.
La volontà (o la speranza) di far progredire il calcio mandarino al livello di quello europeo si inserisce nel contesto più ampio della crescita sportiva del paese del dragone.
In questi anni, numerosi sportivi cinesi sono saliti alla ribalta: Liu Xiang ha vinto la medaglia d’oro nei 110 metri ad ostacoli alle Olimpiadi di Atene 2004; la tennista Li Na (Na Li in Occidente) è stata n.4 del mondo nel 2011 e prima cinese a vincere il Roland Garros; i cestisti Yao Ming e Jeremy Lin, sono diventati stelle dell’NBA, l’olimpo del basket.
Per ragioni strategiche, il successo di questi atleti è importante non solo per i cittadini cinesi, ma anche per il Governo. 


Un atleta vincente è sintesi di forza fisica e talento; inoltre, in quanto personaggio pubblico, rappresenta la società in cui è nato e cresciuto. 

Pertanto, quando un cinese conquista una medaglia o vince una competizione internazionale, trasmette l’immagine di una Cina migliore (forte fisicamente e intellettualmente) e incentiva la diffusione della cultura confuciana nel resto del mondo.


In questo senso, il progetto calcistico iniziato con il viaggio di Lippi non è legato solo a fattori economici.Tenendo conto del peso sociale che il calcio ha in Europa, “lo sport più seguito al mondo” può diventare per i cinesi un mezzo di penetrazione culturale più efficace dei “ravioli al vapore” o degli Istituti Confucio.   
Anche il calcio è diventato Soft Power.

Chen è in America.. a tempo determinato

Chen Guangcheng, il dissidente cinese che un mese fa si è rifugiato nell’ambasciata americana, ha lasciato Pechino. L’avvocato è atterrato sabato 20 maggio all’aeroporto di Newark con moglie e  figli, dopo aver ottenuto dal governo cinese un visto per studenti.

Chen Guangcheng con la moglie a New York

Chen frequenterà la New York University e studierà (in mandarino) diritto cinese, americano ed internazionale.

Per Chen sembra iniziare una nuova vita.

Ma quanto potrà durare?

Il visto per studenti consente di soggiornare in America solo per un arco di tempo limitato, al termine del quale l’avvocato autodidatta  dovrebbe tornare in Cina. 


Ma Chen non è uno “studente” qualsiasi e il ritorno nell’Impero di Mezzo potrebbe essere più complicato del previsto. 


Tre sono le considerazioni da fare:

1. Scaduto il visto, gli americani potrebbero trovare delle scuse (motivi di salute, rischio per l’incolumità) ed impedire il ritorno di Chen in Cina.  Il “caso Chen” diventerebbe, di nuovo, un occasione per rafforzare il soft power americano.


2.  Dal canto loro, i cinesi potrebbero non permettere a Chen di tornare nell’Impero di Mezzo:  le parole di un dissidente all’estero fanno meno male di quelle di uno in patria. La distanza geografica e la meticolosa censura applicata ai mezzi di comunicazione attutiscono ampiamente l’impatto delle notizie provenienti dall’estero e sbiadiscono il ricordo dei cinesi d’oltremare. 

3. Qualora Chen torni in Cina, potrebbe non essere trattato con i guanti di velluto. Si pensi a quanto stanno subendo i parenti del dissidente. Chen Kegui, nipote di Guancheng, è in carcere con l’accusa di tentato omicidio per aver ferito degli agenti che avevano fatto irruzione in casa; gli avvocati Ding Xingkui e Si Weijiang si sono offerti di difendere Kegui, ma gli è stato impedito di assumere l’incarico.  Inoltre il fratello del dissidente, Chen Guangfu, ha raccontato di esser stato torturato durante l’interrogatorio dei giorni scorsi.  

Insomma farebbe comodo a tutti che Chen rimanesse in America anche dopo la scadenza del visto, ma molto dipenderà dall’evolversi dei rapporti sino-americani sul piano politico ed economico.

In ogni caso, la controversia diplomatica non è ancora conclusa.





Zai jian Al Jazzera

L‘ 8 maggio la rete televisiva Al Jazeera ha ufficialmente chiuso l’ufficio di corrispondenza di lingua inglese in Cina, dopo che il governo della RPC non ha rinnovato il visto alla corrispondente Melissa Chan. 


Melissa Chan 

La Chan si è guadagnata in questi anni la reputazione di eccellente reporter seguendo per la sua emittente eventi come le Olimpiadi di Pechino, il terremoto nel Sichuan, le rivolte di Urumqi nell’ovest della Cina e, recentemente, lo scandalo delle “black jails” (centri di detenzione “extralegali”).
Quella di Chan è la prima espulsione di un giornalista straniero dalla Cina dopo 13 anni. 
Raramente domande scomode vengono poste ai politici cinesi, e altrettanto raramente questi rispondono in maniera diretta: l’episodio di Chan non ha fatto eccezione. Il portavoce del Ministro degli Esteri, Hong Lei, ha evitato di giustificare apertamente l’espulsione della giornalista americana, limitandosi a dichiarare che “la RPC accoglie i giornalisti che riportano le notizie in maniera obiettiva” e che “rispettano le leggi cinesi”.  
Non solo Pechino ha negato il visto a Chan, ma anche agli altri reporter di lingua inglese proposti dalla rete televisiva con sede in Qatar. Al Jazeera, ha dichiarato che non smetterà di richiedere al governo cinese l’autorizzazione per la presenza di reporter anglofoni; nel frattempo l’emittente televisiva continuerà a raccontare le vicende del drago in lingua araba.
Alle dichiarazioni di Pechino, Chan ha risposto di aver lavorato per cinque anni in maniera onesta ed equa senza infrangere nessuna legge. La giornalista ha aggiunto: “La Cina è un paese strano, un momento esalti la veloce trasformazione, la crescita e la speranza di molti; un momento sei disgustato dalla corruzione, dai problemi di un sistema autoritario monopartitico, e dalla violazione dei diritti umani e della dignità”.  
Secondo la FCCC (Club dei corrispondenti stranieri in Cina), il mancato rinnovo del visto potrebbe essere dovuto a un documentario trasmesso da Al Jazeera sui dissidenti cinesi, al quale peraltro la giornalista non ha partecipato.
L’espulsione di Melissa Chan è un’atto di forza che nasconde (non molto bene) la profonda insicurezza del governo di Pechino riguardo l’informazione e la libertà di parola.  

Le paure cinesi non saranno condivisibili sul piano etico, ma possono essere comprese su quello strategico; il governo cinese, tenendo conto dei numerosi punti deboli (questione Tibet, Xinjiang, problema Taiwan, aumento del divario tra ricchi e poveri ecc..) non intende lasciare a briglia sciolta i mezzi d’informazione. 
Il problema non è nelle vulnerabilità cinesi, ma, come per il caso Chan, nelle soluzioni maldestramente adottate.
Cacciare un giornalista straniero è un chiaro atto intimidatorio rivolto a tutto il mondo della carta stampata e certamente non gioverà alla reputazione del governo cinese sul piano internazionale e nazionale. 
In termini di soft power ( si veda l’articolo precedente) i cinesi hanno, purtroppo, ancora molto da imparare. 




nota: 再见 (zài jiàn) in cinese significa arrivederci.

Chi salverà Chen?

                                             http://www.cartoonmovement.com/cartoon/6220
Vignetta del cartoonist Crazy Crab sulla fuga di Chen Guangcheng.  Si noti  la personificazione del carattere cinese rén 人 (persona) . La scritta “Just do it”  (basta farlo) si riferisce alla giacca della Nike che Chen indossava nelle immagini che lo ritraggono  fuori dall’ambasciata americana.

La vicenda di Chen, il dissidente che pochi giorni fa è fuggito dalla sua casa/prigione,  sembrava essersi conclusa. 
Per sei giorni l’avvocato autodidatta, non vedente dalla nascita, si è rifugiato nell’ambasciata americana a Pechino, mentre diplomatici americani e cinesi decidevano del suo destino. Una volta raggiunto l’accordo, il dissidente è stato accompagnato dall’ambasciatore americano Locke nell’ospedale di Chaoyang per curare le tre fratture riportate nella fuga.

Secondo quanto stabilito dalle due diplomazie, Chen doveva  riunirsi con la sua famiglia e proseguire i suoi studi nell’università di Tianjin. L’avvocato, finalmente libero, ringraziava pubblicamente  gli americani e in particolare Hillary Clinton che si trovava a Pechino per lo Strategic and Economic Dialogue sino-americano. 

Ma qualcosa in questi giorni è cambiato.  Chen, forse minacciato  dal governo cinese, ha inaspettatamente dichiarato alla CNN di essere stato abbandonato dagli USA e ha manifestato la volontà di andare in America. 

Come ha giustamente notato un lettore del blog in occasione del precedente post, la questione dei diritti umani è un potente strumento di soft power (potere esercitato tramite la diffusione della propria cultura e dei propri valori: democrazia, libertà ecc..) e spesso gli americani se ne sono serviti per mettere pressione ai cinesi. Tuttavia, aiutare pubblicamente un dissidente a fuggire e ospitarlo nella propria ambasciata ha un peso diverso rispetto ad una dichiarazione a favore del Tibet o del rispetto delle regole di diritto internazionale.  

La fuga di Chen sembra mettere in imbarazzo gli yankee più che i mandarini. 

Infatti, ora che Chen ha dichiarato di voler andare in America, Washington si trova in evidente difficoltà sul piano diplomatico: offrire ufficialmente asilo al dissidente può compromettere seriamente i rapporti con Pechino e confermare la convinzione cinese sulla “sindrome da onnipotenza” americana; d’altro canto disinteressarsi improvvisamente della faccenda rappresenterebbe un’indebolimento del “potere soffice” americano.

Il secondo punto è di fondamentale importanza.

La vera forza degli Stati Uniti è il american way of life, non l’esercito o l’economia; lo testimonia il fatto che, malgrado gli americani non vincano una guerra sul campo dal 1945 e la loro economia sia in seria difficoltà, il ruolo di superpotenza non sia stato ancora intaccato.

In passato gli USA non hanno esitato ad intervenire per difendere quei valori che ne costituiscono l’essenza socio-culturale, anche a costo di innervosire paesi stranieri. 

Il problema è che la Cina di oggi non è un paese qualunque, ma il principale challenger americano e suo principale creditore. 

Nel frattempo Chen attende, isolato, tra l’indecisione americana e le   minacce cinesi. 



La fuga di Chen terrorizza gli USA e la Cina?

Nel film “l’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente” diretto ed interpretato da Bruce Lee nel 1972, il protagonista parte per Roma dove aiuterà “a suon di calci” degli amici minacciati dalla mafia locale. 

Il Chen di cui oggi parlano i quotidiani di tutto il mondo non padroneggia il Kung Fu, ma è comunque in grado di mettere in difficoltà Cina e Stati Uniti. 
Noto dissidente cinese, avvocato autodidatta e non vedente dalla nascita, Chen Guangcheng è diventato famoso dopo aver condotto una campagna contro l’aborto e la sterilizzazione forzata. 
Domenica 22 aprile l’attivista è fuggito dalla sua casa-prigione nel villaggio di Linyi nello Shandong dove era sorvegliato giorno e notte da agenti governativi. Una volta scavalcato il muro della sua abitazione, Chen si è recato nel posto “più sicuro della Cina” per un dissidente: l’ambasciata americana

Oggi l’agenzia governativa Xinhua, che nei giorni passati non si è mai occupata dell’argomento, comunica che l’avvocato ha abbandonato la sede diplomatica statunitense e si trova nell’ospedale di Chaoyang per ricevere delle cure mediche.
Secondo il New York Times, i funzionari americani avrebbero aiutato e accolto Chen per motivi umanitari; l’avvocato inoltre non si sarebbe rifugiato nell’ambasciata per chiedere asilo politico, ma per spingere il governo cinese a lasciarlo vivere  liberamente in Cina con la propria famiglia.
Il dialogo diplomatico è cominciato il 26 aprile. In base all’accordo tra americani e cinesi, Chen sarà trasferito con la sua famiglia a Tianjin, nel nord est della Cina. Inoltre, l’avvocato avrà la possibilità di proseguire gli studi accademici.
L’inaspettata fuga del dissidente Chen è avvenuta, forse non per caso, poco prima del viaggio del Segretario di Stato americano Hillary Clinton che si trova a Pechino per lo “Strategic and Economic Dialogue” sino-americano.
I cinesi hanno dichiarato di non aver gradito la sleale ingerenza americana negli affari interni dell’Impero di Mezzo; dal canto loro gli USA non sembrano sentirsi eccessivamente in colpa per aver aiutato Chen.
Malgrado l’evidente tensione sul piano diplomatico, è nell’interesse di entrambe le parti evitare che l’accaduto condizioni i negoziati in corso. 

Che si pronunci Business o 业务(Yè Wù) non fa differenza: entrambi i paesi pensano prima agli affari.