A Shanghai va bene la crescita economica senza democrazia

A Shangai va bene la crescita economica senza democrazia pubblicato da Limes Rivista Italiana di Geopolitica 
Città che ha dato i natali al Partito comunista cinese (Pcc), Shanghai è oggi il principale centro del business della Cina continentale. La popolazione, disillusa e orientata al money-making, ha seguito solo in maniera apparentemente distratta lo svolgimento del diciottesimo congresso del Partito.


Il primo luglio 1921 a Shanghai dodici uomini, tra cui Mao Zedong, si incontrarono segretamente al primo piano di unoshikumen (letteralmente arco di pietra), tradizionale abitazione locale dell’epoca. Tra gli argomenti di cui parlarono, vi era la fondazione del Partito comunista cinese: fu quello il primo congresso del Pcc.
Dopo novantuno anni, l’architettura di Shanghai è cambiata. Grattacieli e negozi di lusso costellano la città, diventata oggi il principale polo economico della Cina continentale. Ma solo all’apparenza l’umile struttura di quello shikumen, oggi meta turistica, contrasta con lo skyline di Shanghai; al contrario, la loro convivenza simboleggia il passato e il presente dell’Impero di Centro lungo la via del socialismo con “caratteristiche cinesi”.
[Lo skyline di Shanghai. Fonte: Ansa]


Un mese fa, come è noto, si è tenuto a Pechino il Diciottesimo congresso del Pcc; il conclave mandarino si è svolto in una capitale blindata, con controlli serrati e ferree regole di sicurezza: vietato far volare palloncini, aerei telecomandati e piccioni; bloccati i finestrini posteriori dei taxi; tutte precauzioni per evitare la diffusione di messaggi anti-Partito.
Intanto, a mille chilometri di distanza, una Shanghai a metà tra la disillusione e la distrazione ha continuato a occuparsi del business. Naturalmente, manifesti inneggianti al Partito sono stati affissi in tutta la città, ma quasi nullo è stato il dispiegamento di forze di polizia per le strade. Come di consueto, i pendolari hanno potuto evitare il controllo bagagli posto all’entrata della metropolitana: un comportamento non ammesso a Pechino in qualsiasi periodo dell’anno, figurarsi in un momento così importante. Ci ha pensato Internet, quasi paralizzato dagli innumerevoli firewall governativi, a ricordare agli shanghainesi che nella capitale si definiva (si formalizzava?) il destino della Cina per i prossimi cinque anni.
“È inutile ascoltare le notizie, i media cinesi riprendono le dichiarazioni ufficiali del governo parola per parola”, commenta Sonia, shanghainese di 38 anni, guardando distrattamente le immagini di Xi Jinping sugli schermi della metropolitana. “Ho seguito i commenti sul congresso su Sina Weibo e QQ (i principali social network cinesi), perché la crescita economica mi interessa molto.” Secondo Chan, venuto dalla campagna a cercare fortuna a Shanghai, non c’era motivo di seguire il congresso, “tutti sapevano come si sarebbe concluso” e in ogni caso “non importa chi viene nominato quando a governare è un partito solo”. “Cosa possiamo fare se non prendere semplicemente coscienza di quanto il Partito decide?” dice Li, yuppie originario di Guangzhou.
I cittadini sono consapevoli di non avere alcuna capacità decisionale, ma il livello qualitativo della nuova classe dirigente del Partito, più istruita e giovane rispetto alla precedente, sembra rincuorarli. I magnifici sette che guideranno il paese sono tutti laureati, qualcuno anche in materie umanistiche, e hanno accumulato esperienza nelle amministrazioni di municipalità locali.
Xi Jinping – segretario del Pcc e futuro presidente della Rpc – e Yu Zhengsheng non sono volti nuovi per gli abitanti di Shanghai: entrambi hanno svolto il ruolo di capo del Partito locale. Li Keqiang, che prenderà le redini dell’economia cinese, parla un fluente inglese e durante i suoi studi all’Università di Pechino è stato esposto alle idee occidentali. “Ho letto che il congresso vuole raddoppiare il pil pro-capite entro il 2020; sono contenta di quello che stanno facendo per controllare l’inflazione” afferma Liu, impiegata di una grande azienda americana. Gli obiettivi degli shanghainesi coincidono con quelli del Pcc: un’istruzione migliore, un lavoro più stabile, sicurezza sociale, assistenza medica, miglioramento delle condizioni sanitarie, riduzione dell’inquinamento e soprattutto eliminazione della corruzione.
È quest’ultimo punto il vero tallone d’Achille, come ha affermato lo stesso Xi Jinping. “Hanno dichiarato di voler eliminare la corruzione, ma come possono farlo se sono loro i corrotti?” sostiene un tassista arrabbiato.
Nelle parole degli shanghainesi questi obiettivi si riassumono nel concetto di heping fazhan ovvero “sviluppo pacifico”. Dalla “lista dei desideri” dei cinesi, e del Partito, rimangono ancora fuori questioni come la riforma del sistema politicola partecipazione popolare o la tutela dei diritti umani. Solo una piccola parte della popolazione cinese, e in particolare di quella shanghainese, analizza questi argomenti e quando il loro interesse si trasforma in azione l’arresto è molto probabile; come nel caso degli attivitisti Shen Peilan e Han Zhongming, arrestati due giorni prima del congresso per disturbo della quiete pubblica. Oppure quello di Chen Jianfang fermato a Pechino il 5 novembre; rispedito a Shanghai, Chen è ancora detenuto nella prigione di Pudong con la medesima accusa.
Complessivamente, gli abitanti della “Perla d’Oriente” seguono l’attitudine della città: cavalcando l’onda della crescita economica, concentrano le proprie energie nel business e su come spendere i soldi guadagnati. Il modo in cui gli shanghainesi hanno, o meglio, non hanno seguito il congresso identifica quella parte della Cina che sta assaporando i benefici del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ma non sente ancora la reale necessità di partecipare alla vita politica. Ma questo non è necessario finché l’economia cinese, di cui Shanghai è il profilo migliore, cresce ad un tasso del 10% annuo.
Viene spontaneo chiedersi per quanto tempo il governo potrà fare affidamento solo sulla sua crescita economica per gestire la popolazione e cosa potrebbe succedere se lo “sviluppo pacifico” dovesse arrestarsi. Nel frattempo, per Shanghai, la politica propriamente detta rimane lontana dagli occhi, lontana dal cuore.
Il volume di Limes 6/12 “Usa contro Cina“, uscito martedì 11 dicembre, si occupa dei rapporti tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. Puoi acquistarlo in edicola o in libreria, oppure scaricarlo su iPad.


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