Chen è in America.. a tempo determinato

Chen Guangcheng, il dissidente cinese che un mese fa si è rifugiato nell’ambasciata americana, ha lasciato Pechino. L’avvocato è atterrato sabato 20 maggio all’aeroporto di Newark con moglie e  figli, dopo aver ottenuto dal governo cinese un visto per studenti.

Chen Guangcheng con la moglie a New York

Chen frequenterà la New York University e studierà (in mandarino) diritto cinese, americano ed internazionale.

Per Chen sembra iniziare una nuova vita.

Ma quanto potrà durare?

Il visto per studenti consente di soggiornare in America solo per un arco di tempo limitato, al termine del quale l’avvocato autodidatta  dovrebbe tornare in Cina. 


Ma Chen non è uno “studente” qualsiasi e il ritorno nell’Impero di Mezzo potrebbe essere più complicato del previsto. 


Tre sono le considerazioni da fare:

1. Scaduto il visto, gli americani potrebbero trovare delle scuse (motivi di salute, rischio per l’incolumità) ed impedire il ritorno di Chen in Cina.  Il “caso Chen” diventerebbe, di nuovo, un occasione per rafforzare il soft power americano.


2.  Dal canto loro, i cinesi potrebbero non permettere a Chen di tornare nell’Impero di Mezzo:  le parole di un dissidente all’estero fanno meno male di quelle di uno in patria. La distanza geografica e la meticolosa censura applicata ai mezzi di comunicazione attutiscono ampiamente l’impatto delle notizie provenienti dall’estero e sbiadiscono il ricordo dei cinesi d’oltremare. 

3. Qualora Chen torni in Cina, potrebbe non essere trattato con i guanti di velluto. Si pensi a quanto stanno subendo i parenti del dissidente. Chen Kegui, nipote di Guancheng, è in carcere con l’accusa di tentato omicidio per aver ferito degli agenti che avevano fatto irruzione in casa; gli avvocati Ding Xingkui e Si Weijiang si sono offerti di difendere Kegui, ma gli è stato impedito di assumere l’incarico.  Inoltre il fratello del dissidente, Chen Guangfu, ha raccontato di esser stato torturato durante l’interrogatorio dei giorni scorsi.  

Insomma farebbe comodo a tutti che Chen rimanesse in America anche dopo la scadenza del visto, ma molto dipenderà dall’evolversi dei rapporti sino-americani sul piano politico ed economico.

In ogni caso, la controversia diplomatica non è ancora conclusa.





Chi salverà Chen?

                                             http://www.cartoonmovement.com/cartoon/6220
Vignetta del cartoonist Crazy Crab sulla fuga di Chen Guangcheng.  Si noti  la personificazione del carattere cinese rén 人 (persona) . La scritta “Just do it”  (basta farlo) si riferisce alla giacca della Nike che Chen indossava nelle immagini che lo ritraggono  fuori dall’ambasciata americana.

La vicenda di Chen, il dissidente che pochi giorni fa è fuggito dalla sua casa/prigione,  sembrava essersi conclusa. 
Per sei giorni l’avvocato autodidatta, non vedente dalla nascita, si è rifugiato nell’ambasciata americana a Pechino, mentre diplomatici americani e cinesi decidevano del suo destino. Una volta raggiunto l’accordo, il dissidente è stato accompagnato dall’ambasciatore americano Locke nell’ospedale di Chaoyang per curare le tre fratture riportate nella fuga.

Secondo quanto stabilito dalle due diplomazie, Chen doveva  riunirsi con la sua famiglia e proseguire i suoi studi nell’università di Tianjin. L’avvocato, finalmente libero, ringraziava pubblicamente  gli americani e in particolare Hillary Clinton che si trovava a Pechino per lo Strategic and Economic Dialogue sino-americano. 

Ma qualcosa in questi giorni è cambiato.  Chen, forse minacciato  dal governo cinese, ha inaspettatamente dichiarato alla CNN di essere stato abbandonato dagli USA e ha manifestato la volontà di andare in America. 

Come ha giustamente notato un lettore del blog in occasione del precedente post, la questione dei diritti umani è un potente strumento di soft power (potere esercitato tramite la diffusione della propria cultura e dei propri valori: democrazia, libertà ecc..) e spesso gli americani se ne sono serviti per mettere pressione ai cinesi. Tuttavia, aiutare pubblicamente un dissidente a fuggire e ospitarlo nella propria ambasciata ha un peso diverso rispetto ad una dichiarazione a favore del Tibet o del rispetto delle regole di diritto internazionale.  

La fuga di Chen sembra mettere in imbarazzo gli yankee più che i mandarini. 

Infatti, ora che Chen ha dichiarato di voler andare in America, Washington si trova in evidente difficoltà sul piano diplomatico: offrire ufficialmente asilo al dissidente può compromettere seriamente i rapporti con Pechino e confermare la convinzione cinese sulla “sindrome da onnipotenza” americana; d’altro canto disinteressarsi improvvisamente della faccenda rappresenterebbe un’indebolimento del “potere soffice” americano.

Il secondo punto è di fondamentale importanza.

La vera forza degli Stati Uniti è il american way of life, non l’esercito o l’economia; lo testimonia il fatto che, malgrado gli americani non vincano una guerra sul campo dal 1945 e la loro economia sia in seria difficoltà, il ruolo di superpotenza non sia stato ancora intaccato.

In passato gli USA non hanno esitato ad intervenire per difendere quei valori che ne costituiscono l’essenza socio-culturale, anche a costo di innervosire paesi stranieri. 

Il problema è che la Cina di oggi non è un paese qualunque, ma il principale challenger americano e suo principale creditore. 

Nel frattempo Chen attende, isolato, tra l’indecisione americana e le   minacce cinesi.