Chi salverà Chen?

                                             http://www.cartoonmovement.com/cartoon/6220
Vignetta del cartoonist Crazy Crab sulla fuga di Chen Guangcheng.  Si noti  la personificazione del carattere cinese rén 人 (persona) . La scritta “Just do it”  (basta farlo) si riferisce alla giacca della Nike che Chen indossava nelle immagini che lo ritraggono  fuori dall’ambasciata americana.

La vicenda di Chen, il dissidente che pochi giorni fa è fuggito dalla sua casa/prigione,  sembrava essersi conclusa. 
Per sei giorni l’avvocato autodidatta, non vedente dalla nascita, si è rifugiato nell’ambasciata americana a Pechino, mentre diplomatici americani e cinesi decidevano del suo destino. Una volta raggiunto l’accordo, il dissidente è stato accompagnato dall’ambasciatore americano Locke nell’ospedale di Chaoyang per curare le tre fratture riportate nella fuga.

Secondo quanto stabilito dalle due diplomazie, Chen doveva  riunirsi con la sua famiglia e proseguire i suoi studi nell’università di Tianjin. L’avvocato, finalmente libero, ringraziava pubblicamente  gli americani e in particolare Hillary Clinton che si trovava a Pechino per lo Strategic and Economic Dialogue sino-americano. 

Ma qualcosa in questi giorni è cambiato.  Chen, forse minacciato  dal governo cinese, ha inaspettatamente dichiarato alla CNN di essere stato abbandonato dagli USA e ha manifestato la volontà di andare in America. 

Come ha giustamente notato un lettore del blog in occasione del precedente post, la questione dei diritti umani è un potente strumento di soft power (potere esercitato tramite la diffusione della propria cultura e dei propri valori: democrazia, libertà ecc..) e spesso gli americani se ne sono serviti per mettere pressione ai cinesi. Tuttavia, aiutare pubblicamente un dissidente a fuggire e ospitarlo nella propria ambasciata ha un peso diverso rispetto ad una dichiarazione a favore del Tibet o del rispetto delle regole di diritto internazionale.  

La fuga di Chen sembra mettere in imbarazzo gli yankee più che i mandarini. 

Infatti, ora che Chen ha dichiarato di voler andare in America, Washington si trova in evidente difficoltà sul piano diplomatico: offrire ufficialmente asilo al dissidente può compromettere seriamente i rapporti con Pechino e confermare la convinzione cinese sulla “sindrome da onnipotenza” americana; d’altro canto disinteressarsi improvvisamente della faccenda rappresenterebbe un’indebolimento del “potere soffice” americano.

Il secondo punto è di fondamentale importanza.

La vera forza degli Stati Uniti è il american way of life, non l’esercito o l’economia; lo testimonia il fatto che, malgrado gli americani non vincano una guerra sul campo dal 1945 e la loro economia sia in seria difficoltà, il ruolo di superpotenza non sia stato ancora intaccato.

In passato gli USA non hanno esitato ad intervenire per difendere quei valori che ne costituiscono l’essenza socio-culturale, anche a costo di innervosire paesi stranieri. 

Il problema è che la Cina di oggi non è un paese qualunque, ma il principale challenger americano e suo principale creditore. 

Nel frattempo Chen attende, isolato, tra l’indecisione americana e le   minacce cinesi. 



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