Le ragioni del viaggio di Xi Jinping in Arabia Saudita, Egitto e Iran

Il mio commento sul viaggio di Xi Jinping in Arabia Saudita, Iran ed Egitto per la rassegna odierna di Limesonline.  

Fonte: CCTV.com

 


La partnership Pechino-Riyad
Cina e Arabia Saudita hanno stretto una partnership strategica. Sul significato della mossa diplomatica e sul viaggio in Medio Oriente del presidente Xi Jinping ci scrive Giorgio Cuscito:
Ha tre scopi il primo viaggio in Medio Oriente del presidente cinese Xi Jinping, che sta visitando Arabia SauditaEgitto e Iran.
In primo luogo, sta consolidando gli interessi energetici cinesi in Medio Oriente e vuole assicurarsi che non siano danneggiati dalla crisi in Siria e Iraq, l’ascesa dello Stato Islamico (Is) e le forti tensioni tra Iran e Arabia Saudita. Questi due paesi hanno un ruolo fondamentale nell’approvvigionamento energetico del Dragone. Xi e il sovrano saudita Salman hanno appena firmato il partenariato strategico globale e degli accordi petroliferi. Resta da vedere come Pechino implementerà i rapporti con Teheran, visto che non intende schierarsi nella diatriba per l’egemonia regionale.
In secondo luogo, il Medio Oriente ha un ruolo geostrategico per il progetto infrastrutturale e commerciale ribattezzato “una cintura, una via” (ispirato alle antiche vie della seta) che dovrebbe collegare la Cina all’Europa. Xi vorrebbe che l’Egitto fosse un perno in tale contesto.
Infine, l’ascesa dell’Is e in generale del jihadismo nella regione sono una minaccia anche per la Cina. Nell’instabile regione del Xinjiang, porta di accesso al Medio Oriente e all’Asia Centrale, sono presenti terroristi di etnia uigura, minoranza musulmana e turcofona. Alcuni di essi combattono in Siria, rispettivamente per l’Is e per il Partito del Turkestan islamico (affiliato ad al-Qa’ida). Di recente lo Stato Islamico ha ucciso un ostaggio cinese e fatto capire via Web che anche la Repubblica popolare è un potenziale bersaglio.
Per questi fattori, Pechino vorrebbe convincere le potenze regionali a dialogare per raggiungere una soluzione pacifica in Siria ed evitare l’escalation tra Riyad e Teheran.
Per approfondire:
Le ragioni dell’attendismo cinesedi G. Cuscito Il caos iracheno può ostacolare l’approvvigionamento energetico della Cina e comprometterne la strategia regionale. Ma schierarsi contro l’Is distrarrebbe Pechino dal Mar Cinese Meridionale. E rischierebbe di fomentare il terrorismo uiguro.
 
Alla radice delle ossessioni arabo-saudite, di F. Petroni Casa Sa‘ūd poggia su fondamenta da sempre incerte e contestate. Pertanto cerca l’ombrello di protezione di una grande potenza. Ieri la Gran Bretagna, oggi gli Stati Uniti, domani (chissà) la Cina.

Cina e Usa in rotta di collisione nel Grande Gioco dell’Asia-Pacifico

Di seguito un estratto del mio articolo per Limes – Rivista italiana di geopolitica.

Washington e i suoi alleati sfidano Pechino sul piano diplomatico, economico e militare. In attesa di raffinare il soft power mandarino, Xi Jinping risponde con il commercio e le vie della seta.

Carta di Laura Canali

















Per contenere l’ascesa economica e militare della Cina, gli Stati Uniti stanno rinsaldando la cooperazione con i loro alleati dell’Asia-Pacifico. Questi sono fortemente legati all’Impero del Centro sul piano commerciale, ma temono che la sua crescente assertività nel Mar Cinese Meridionale possa compromettere i loro interessi e la stabilità regionale.


Faremo qui una panoramica del “grande gioco” in Estremo Oriente osservando le mosse delle due prime potenze al mondo e degli altri attori regionali in campo diplomatico, economico e militare.

Pechino rivendica la sovranità su circa l’80% del Mar Cinese Meridionale ed è impegnata nella costruzione di isole artificiali per uso militare e civile su alcuni atolli negli arcipelaghi Spratly e Paracel. Il controllo di questo bacino d’acqua (ricco di petrolio, gas, pescato e snodo fondamentale del commercio da e per la Cina) è conteso con Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malaysia – tutti impegnati nella costruzione delle medesime infrastrutture erette da Pechino, ma con minor intensità.

Gli Usa in tale vicenda sono formalmente neutrali, ma pungolano la Cina e sfruttano i timori dei suoi vicini per guadagnare consenso nella regione.

Come si vedrà, i risultati sinora conseguiti da Washington hanno un’efficacia limitata

La Cina e il renminbi nei diritti speciali di prelievo

Il mio commento per Limes sulla decisione del Fondo monetario internazionale di inserire la valuta cinese nel club delle monete globali:

La decisione dell’Fmi di includere il renminbi nel paniere di valute che costituisce i Diritti speciali di prelievo è senz’altro uno sviluppo positivo per la Cina, un riconoscimento del ruolo che la sua moneta sta assumendo a livello internazionale e un attestato di fiducia per lo sviluppo della sua economia. 


La notizia era stata di fatto preannunciata dallo stesso Fondo due settimane fa e riconosce il “libero utilizzo” dello yuan (altro nome della valuta cinese) sui mercati internazionali. 

Lo scorso ottobre, in occasione dell’incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro britannico David Cameron, l’Impero del Centro ha annunciato l’emissione a Londra dei primi titoli di Stato cinesi all’estero e la Banca popolare di Cina quella di 5 miliardi di renminbi (circa 788 milioni di dollari) di obbligazioni nel Regno Unito.

Il 2015 non è stato certo un anno felice per l’economia della Repubblica Popolare a causa del crollo delle borse di Shanghai e Shenzhen e dell’ennesimo rallentamento del tasso di crescita del pil, che dovrebbe attestarsi tra il 6,5 e il 7% nei prossimi cinque anni.

L’inclusione dello yuan nel “club” di dollaro, euro, yen e sterlina contribuirà a consolidare l’immagine della Cina all’estero e a rassicurare i cittadini sulla solidità dell’economia nazionale.

Tuttavia, la fiducia di potenziali investitori in beni e titoli denominati in renminbi dipenderà dai passi in avanti che Pechino farà nel campo delle riforme politiche ed economiche previste dal piano quinquennale recentemente discusso e dall’andamento del tasso di crescita del pil.  

Xi Jinping si prepara al summit Focac

Il presidente cinese è in Africa per partecipare al Forum per la cooperazione Cina-Africa (Focac), tradizionale spazio in cui l’Impero del Centro e il Continente Nero si confrontano per sviluppare le loro relazioni economiche e politiche. 


La Cina è il principale partner commerciale dell’Africa, da cui importa grandi quantità di petrolio e gas in cambio della costruzione d’infrastrutture (strade, ferrovie eccetera) nei paesi del Continente. 

Qui la rassegna del quotidiano dell’Esercito cinese (in mandarino): http://bit.ly/1NnJUFE 

La riforma dell’esercito in Cina

Un mio breve commento su cosa intende fare Pechino per modernizzare le Forze armate della Repubblica popolare.

Il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che la riforma delle Forze armate della Repubblica Popolare sarà completata entro il 2020. 

Lo scopo è abbandonare il sistema “esercito-centrico” a favore di un comando congiunto in stile occidentale in cui esercito, marina e aviazione siano ugualmente rappresentati. 

La riforma dovrebbe conferire maggiori poteri alla Commissione militare centrale, organo presieduto da Xi, e delegare allo stesso tempo una serie di attività ai livelli inferiori della scala gerarchica.

Il progetto prevede anche la riorganizzazione della struttura delle Forze armate, inclusa quella dei 7 comandi militari regionali (che forse diventeranno 4) e l’introduzione di un comitato disciplinare all’interno della Commissione militare centrale.
L’ultimo provvedimento è in linea con la campagna anticorruzione del presidente cinese all’interno del Partito comunista e delle Forze armate. L’obiettivo del leader della Repubblica popolare non è solo eliminare le mele marce (che non mancano), ma anche sgominare i suoi nemici politici.
Pertanto, stando alle notizie sinora diffuse, la riforma dovrebbe modernizzare l’apparato militare e allo stesso tempo rafforzare ulteriormente Xi Jinping, considerato il presidente cinese più potente dai tempi di Deng Xiaoping.

Cina annuncia completamento costruzione isole nelle Spratly

L’espansione dell’atollo Fiery Cross nelle Spratly tra febbraio e marzo 2015. Fonte: Wall Street Journal
Il portavoce del ministero degli Esteri della Rpc Lu Kang ha annunciato che nei prossimi giorni saranno completati i lavori su “alcune” isole dell’arcipelago delle Spratly, nel Mar Cinese Meridionale. 
Pechino rivendica il controllo su il 90% di questo bacino d’acqua ed è impegnato nell’ampliamento di alcuni atolli per scopi militari e civili. 
 

L’assertività dell’Impero del Centro nel Mar Cinese Meridionale provoca tensioni con paesi come Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei, che pure vorrebbero affermare qui la loro sovranità. 

Per Pechino controllare queste acque significa non solo assicurarsi i giacimenti di gas e petrolio che si trovano in prossimità delle isole, ma soprattutto tutelare i traffici marittimi da e per la Cina che attraversano tale parte di mare. 

 
Nella nota (piuttosto vaga) pubblicata dal governo cinese non è menzionato l’arcipelago delle Paracel, che si trova nel Nord del Mar Cinese Meridionale ed è piuttosto vicino alle coste del Vietnam. Certamente questa dichiarazione non pone fine alla disputa marittima tra l’Impero del Centro e i paesi vicini.
 

Più energia meno CO2: le opzioni della Cina per continuare a crescere


Mia analisi sul mix energetico cinese originariamente pubblicata su Agienergia.it il 20/5/2015

Tre fattori incidono sul fabbisogno energetico della Repubblica popolare cinese (Rpc): essere il paese più popoloso al mondo (1 miliardo e 400 milioni di abitanti); avere un tasso di crescita del PIL pari al 7% nel 2015; essere il più grande produttore, consumatore e importatore di carbone, risorsa che ha rappresentato nel 2012 il 66% del fabbisogno energetico cinese. La combinazione di questi elementi rende la Rpc il principale emettitore di anidride carbonica al mondo. Ragion per cui Pechino deve diversificare il più possibile le fonti di approvvigionamento energetico, valorizzando quelle meno inquinanti. In base all’accordo del novembre scorso tra il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo Usa Barack Obama, la Cina intende raggiungere il picco di emissioni di CO2 intorno al 2030 e aumentare l’utilizzo di combustibili non fossili del 20%.
In tale ambito s’intravede qualche segnale positivo. Secondo Greenpeace, nei primi quattro mesi del 2015, in Cina i consumi di carbone sono scesi dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e le emissioni di anidride carbonica sono diminuite del 4%2. Se la Rpc confermasse questo trend potrebbe chiudere l’anno con la più grande riduzione mai registrata da un singolo paese sia per l’utilizzo di carbone sia per la produzione di CO2. Su questa flessione hanno inciso in parte il rallentamento del tasso di crescita della produzione industriale cinese (5,9% ad aprile, quasi 3 punti percentuali in meno rispetto all’anno prima) e quello della produzione di questo combustibile (-7,4%)3. Pechino ha annunciato che quest’anno chiuderà 1.254 miniere di carbone4.

Il petrolio è la seconda risorse energetica più utilizzata dalla Cina (20% dei consumi). Nonostante questo paese sia il quarto più grande produttore al mondo di greggio, le sue riserve non sono sufficienti per soddisfare la domanda interna, quindi Pechino deve importarne ingenti quantità dall’estero. Negli ultimi cinque anni queste sono aumentate del 30%5 e ad aprile la Cina è diventata il più grande importatore di petrolio al mondo (superando gli Usa) con 30 milioni di tonnellate (7.37 milioni di barili al giorno). In tale contesto, il Medio Oriente (ha un ruolo fondamentale. Nel 2013, il 52% del petrolio importato dalla Rpc arrivava da questa regione. L’Arabia Saudita è il suo primo fornitore di greggio (19%) al mondo, l’Iraq è il quinto, l’Iran è il sesto. La Cina preme per la conclusione dell’accordo sul programma nucleare iraniano tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (i cosiddetti “P5+1”) e la Repubblica Islamica affinché siano rimosse le sanzioni sulle esportazioni di petrolio di questo paese. Dati i buoni rapporti tra Teheran e Pechino, in tale circostanza l’Iran acquisirebbe maggiore rilievo nelle strategie energetiche cinesi.

La Rpc sta puntando anche su altre fonti energetiche “più pulite”, ma al momento il loro consumo è nettamente inferiore rispetto a quello del carbone e del petrolio. Nel 2012, l’energia idroelettrica ha rappresentato l’8% dei consumi nazionali cinesi. La diga delle Tre Gole, costruita sul Fiume Azzurro nello Hubei e costata oltre 25 miliardi di dollari, è il più grande impianto al mondo in termini di energia prodotta. Tuttavia la sua costruzione ha comportato il trasferimento di 1,5 milioni di abitanti e la distruzione d’innumerevoli siti archeologici.

La produzione e il consumo di gas naturale sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi 15 anni, ma questo rappresenta solo il 5% delle risorse energetiche utilizzate in Cina. Lo scorso novembre, il Consiglio di Stato (organo esecutivo del governo centrale cinese) ha stabilito che entro il 2020 il consumo di metano dovrà raggiungere il 10%, mentre quello di carbone dovrà scendere sotto il 62%.  Pechino intende aumentare sia la produzione sia le importazioni di gas. Basti pensare all’accordo da 400 miliardi di dollari firmato con la Russia (suo partner economico e rivale strategico) nel 2014, secondo cui la Cina riceverà da questo paese 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno per 30 anni a cominciare dal 2018. Ciò aiuterà Pechino a perseguire i suoi obiettivi. 

Interessanti sono le prospettive riguardanti lo shale gas. La Cina possiede le più grandi riserve al mondo di gas da scisti bituminosi tecnicamente recuperabile, ma ad oggi in tale campo l’industria cinese non è avanzata quanto quella statunitense. Pechino sta sostenendo la ricerca tecnologica, fornendo incentivi fiscali alle aziende e liberalizzando progressivamente questo mercato, gestito prevalentemente da imprese statali. Uno degli obiettivi principali è ridurre i costi dell’estrazione dello shale gas. Nel 2013 la China National Petroleum Corp. (Cnpc) e la China Petroleum & Chemical Corp. (Sinopec) hanno perso oltre 1 miliardo di dollari in quest’attività6. Sui costi non influiscono solo le capacità tecnologiche e l’expertise delle aziende cinesi, ma anche la conformazione geologica dei giacimenti, che rende più complessa l’estrazione rispetto a quella condotta negli Usa. Malgrado queste problematiche, secondo British Petroleum, la Cina diventerà entro il 2035 il secondo più grande produttore di shale gas dopo il Nord America7.

Pechino possiede la più grande industria al mondo per produzione di pannelli fotovoltaici e aerogeneratori e l’anno scorso ha speso 90 miliardi di dollari in fonti rinnovabili8. Tuttavia al momento queste risorse rappresentano solo l’1% dei consumi energetici cinesi. Non v’è dubbio che per contenere l’utilizzo del carbone e ridurre le emissioni di gas serra la Cina farà maggiori sforzi in tale settore. Anche il nucleare rappresenta solo l’1% del mix energetico cinese. Nella Rpc, 23 centrali sono attive e 26 sono in costruzione. Gli impianti si concentrano prevalentemente sulla costa Est del paese, suo cuore politico ed economico. Quest’anno, altre 8 dovrebbero diventare operative, segnando per la Cina il più grande aumento nella produzione nucleare in un singolo anno. Per questo motivo, il segretario dell’Associazione cinese per l’energia nucleare Zhang Huazhu ha detto che il 2015 sarà un “anno cruciale” per il settore, considerato fondamentale per ridurre il consumo di carbone9.

In Cina l’inquinamento determinato dalla prorompente crescita economica sta riducendo le capacità produttive del paese (il 40% dei territori coltivabili si è degradato10) e danneggiando la qualità di vita dei suoi abitanti. Per Pechino, consapevole che dal benessere dei cinesi dipende anche la stabilità del sistema politico e il primato del Partito comunista, trovare un equilibrio tra soddisfacimento della domanda energetica interna e riduzione delle emissioni di CO2 è quindi un obiettivo prioritario.


Account twitter @giorgiocus

Note
1 China, Us Energy information administration , ultimo aggiornamento 14 maggio 2015.
2 China is on track for the biggest reduction in coal use ever recorded , Quartz, 14/5/2015.

3 Industrial Production Operation in April 2015 , National Bureau Statistics of China.

4 China pledges tougher measures to cut overcapacity , People’s Daily, 7/5/2015.

5 China tops US in April oil imports: report , China Daily, 12/5/2015.

6 China’s Elusive Shale Gas Boom , Caixin, 6/4/2015.

7 BP highlights China’s surging shale gas production , Shanghai Daily, 28/4/2015.

8 M. L. CLIFFORD, Chinese Coal Cuts , China Us Focus,13/5/2015.

9 ‘ Crucial year’ for nuclear energy sector , China Daily, 23/4/2015.

10 More than 40% of China’s arable land degraded: report , China Daily, 5/11/2014.