La Cina, Weibo e la censura a corrente alternata

Limes – rivista italiana di geopolitica – articolo tratto da limesonline.com 

[Chi ha paura del mouse? vignetta di Crazy Crab; fonte: cartoonmovement.com]

Che parole come “Tiananmen” – la celebre piazza di Pechino – o Falun Gong – il movimento spirituale bandito dal governo cinese – siano censurate nei motori di ricerca cinesi non è un mistero.

La leadership mandarina infatti non vuole che i cinesi approfondiscano le tematiche considerate “inappropriate”, come le celebri proteste del 1989 in cui secondo la Croce Rossa morirono 2300 persone. È più difficile capire perché la settimana scorsa sono passati sotto la mannaia dal governo cinese termini come “marciare” (youxing) e i numeri “sette, uno” uniti al verbo “passeggiare” (in cinese qi, yi e sanbu). La ragione è la medesima. Infatti digitando su Weibo, il Twitter cinese, queste parole “innocue” si poteva accedere ai dibattiti sulle recenti manifestazioni svoltesi a Hong Kong.

 L’1 luglio (appunto uno/sette), il giorno in cui nel ’97 il Regno Unito ha restituito la città alla Cina, i cittadini dell’ex colonia sono scesi in strada, nel distretto di “Central” (Zhonghai) per manifestare contro il governo di Pechino e pretendere il suffragio universale, scopo ultimo previsto dal testo quasi costituzionale dell’ex colonia. La Regione ad amministrazione speciale di Hong Kong (Hksar) è una democrazia monca il cui sistema elettorale garantisce la nomina di un chief executive (il capo di governo locale) fedele alla politica di Pechino. Il governo della Repubblica Popolare Cinese (Prc), scoperto l’escamotage utilizzato dai netizens (gli abitanti di Internet) per parlare liberamente dell’ex colonia, ha impedito tempestivamente la ricerca e la pubblicazione di post contenenti le menzionate parole chiave. Si tratta di un imbavagliamento istantaneo che ormai è diventato routine. Tuttavia, per i censori mandarini non è sempre così semplice fare il proprio lavoro.

La lingua cinese, infatti, è caratterizzata da una grande varietà di termini scritti con ideogrammi completamente diversi tra loro ma pronunciati nello stesso modo (seppur con una tonalità diversa). Questa sottigliezza lessicale consente ai netizens di formulare dei giochi di parole con cui guadagnarsi uno spazio per discutere liberamente, anche se per poco tempo.

Sempre l’1 luglio, che è anche il giorno in cui è stato fondato il Partito Comunista Cinese (Pcc), la frase “tre stupide prostitute (san ge daibiao) è stata censurata perché celava un argomento molto delicato che è pronunciato alla stessa maniera, seppur con tonalità diverse: quello delle “tre rappresentanze”, enunciate da Jiang Zemin nel 2000. Secondo l’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese, il potere del Partito proviene dalla sua capacità di rappresentare le esigenze delle forze produttive più avanzate del paese, l’orientamento di una cultura avanzata e gli interessi della stragrande maggioranza dei cinesi. Il fatto che il gioco di parole accostasse delle prostitute ai concetti espressi dall’ex leader cinese era tutt’altro che una coincidenza.

Negli stessi giorni delle proteste hongkonghesi anche la combinazione “cappello di pelle” (in cinese pi mao), un modo informale per riferirsi agli uiguri, non dava alcun risultato. Nel mirino della censura in quel caso erano i recenti scontri avvenuti a Lukqun, Turban e Hotan nello Xinjiang tra gli abitanti e le forze di polizia. Il governo ha prontamente affermato che si è trattato di attacchi terroristici.

Il problema è un altro. A causa della costante migrazione di cinesi di etnia han (la più numerosa del paese) nella regione e delle politiche di normalizzazione imposte da Pechino, gli abitanti della “nuova frontiera” periodicamente si ribellano contro le autorità. Il 5 luglio, l’anniversario della strage di Urumqi, dove nel 2009 sono morte 200 persone, il governo ha intensificato i controlli per impedire ulteriori rappresaglie e ha posto una taglia su 11 ricercati ritenuti responsabili degli attacchi terroristici. La ricompensa oscillava tra i 50 mila e i 100 mila yuan (tra 6 mila e 12 mila euro circa). Neanche a dirlo in quei giorni non era possibile cercare la parola “Xinjiang” unita alle parole “terrore” o “violenza”.

A qualche giorno di distanza dai tre anniversari cinesi, le parole chiave citate erano nuovamente rintracciabili. Pechino si serve di una censura a corrente alternata per irrobustire la muraglia di fuoco cibernetica. Magari lasciando volontariamente qualche mattone fuori posto, per vedere chi prova ad affacciarsi dall’altra parte (vedi la possibilità di poter scavalcare i filtri digitali servendosi di software ad hoc).

 Il sistema della “censura saltuaria” è forse ancora più pericoloso di quello a censura fissa che colpisce siti come Facebook, Twitter, YouTube perché accorcia ed estende la libertà del cittadino come fosse una fisarmonica, a sua insaputa. Inoltre, l’intervento tempestivo con cui sono filtrati i contenuti del web mette in luce le paure della leadership mandarina.

Pur riconoscendone le sconfinate potenzialità, Pechino sa che Internet è un campo minato e ogni parola, anche quelle più innocua, può essere un innesco.

Tuttavia, data la ricchezza del patrimonio linguistico cinese e la fervida fantasia dei netizens, se i censori mandarini pensano che per limitare lo scambio di idee sia sufficiente eliminare ogni parola reputata occasionalmente pericolosa, forse farebbero prima a buttare il dizionario.

(12/07/2013)

Guge bricks: il muro che divide Cina e Occidente

Guge bricks, il muro che divide Cina e Occidente

di Giorgio Cuscito
articolo tratto da Limes rivista italiana di geopolitica: http://temi.repubblica.it/limes/guge-bricks-il-muro-che-divide-cina-e-occidente/48797
Conversazione con l’artista Shu Yong, che con la sua ultima opera Guge bricks (“i mattoni di Google”), esposta alla Biennale di Venezia, esplora le difficoltà di comunicazione tra l’Impero di Centro e il resto del mondo partendo dagli errori di traduzione compiuti dal motore di ricerca. Quando il gallo dialoga con l’anatra.


[L’opera Guge bricks esposta alla Biennale di Venezia. Fonte: enghunan.gov.cn]

Shu Yong, nato nel 1974 a Xupu, nello Hunan, è un eclettico artista cinese che tramite un linguaggio semplice e diretto intende conferire alle sue opere una funzione sociale e indurre il pubblico a una partecipazione attiva. Dal 1 giugno fino al 24 novembre la sua ultima creazione dal nome “Guge bricks” è in mostra presso il padiglione cinese della 55ª Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
LIMES Può parlarci della sua esperienza in Italia e della sua ultima opera?
SHU Sono molto felice di avere l’opportunità di rappresentare, insieme ad altri sette artisti connazionali, la Cina alla Biennale di Venezia. È un evento di portata internazionale a cui chiunque vorrebbe partecipare.

Il nome della mia opera è Guge bricks (“i mattoni di Google”). Per realizzarla ho tratto ispirazione dalle difficoltà di comunicazione che intercorrono tra cinesi e occidentali. Io stesso non parlo inglese e quando sono all’estero, a meno che non ci sia una persona che parla la mia lingua, posso interagire con gli altri solo a gesti. In questi casi pensiamo di capirci, ma spesso ciò che recepiamo è completamente diverso da quanto vogliamo trasmetterci.
Prendendo spunto da televisione, giornali e social network cinesi ho raccolto 1.500 frasi o parole che identificano gli aspetti sociali e culturali della vita nel mio paese. Naturalmente ho anche incluso vecchi e nuovi termini politici, comeZhonguo meng (il sogno cinese), utilizzato recentemente dal presidente Xi Jinping.

Poi ho tradotto in inglese le parole raccolte con il programma Google translate; in molti casi la traduzione era errata – segno della scarsa conscenza reciproca delle nostre rispettive culture. Ho deciso di utilizzare Google e non Baidu (un browser cinese) proprio perché il software statunitense è un simbolo dell’Occidente.
In seguito, ho scritto a mano le frasi in entrambe le lingue su 1.500 fogli di carta di riso che poi ho inserito in altrettanti mattoni trasparenti. In questo modo ho creato un muro lungo circa 19 metri e alto 2. Da qui il nome “mattoni di Google”. Ci sono voluti tre mesi per realizzarlo e confesso che adoperando il pennello ho fatto molta più fatica a scrivere in inglese piuttosto che in cinese. Quando il muro viene posizionato alla luce del sole diventa molto luminoso e genera un’atmosfera quasi surreale e le parole sembrano incastonate nell’ambra.

L’opera riflette le incomprensioni che possono emergere tra Cina e Occidente. L’alto livello qualitativo delle tecnologie moderne ci illude che oggi sia più semplice comunicare, ma non è così. Affidarsi alla traduzione automatica realizzata da un software – per quanto efficiente possa essere – significa tralasciare il sostrato culturale a cui le parole fanno riferimento.

Guge bricks pertanto rappresenta il muro linguistico-culturale che separa le nostre società e intende mandare un messaggio a entrambe: Cina e Occidente devono impegnarsi per far conoscere la propria cultura e al contempo sforzarsi di conoscere quella altrui.

Affidarsi solo a ciò che ci raccontano i mezzi di comunicazione del nostro paese non è sufficiente poiché essi rappresentano specifici interessi economici, politici e sociali. Se vogliamo superare gli stereotipi dobbiamo andare oltre queste barriere ed essere più sinceri tra noi.

LIMES Il governo cinese si impegna a sufficienza per incentivare lo scambio culturale con l’Occidente?
SHU 
In questi anni il governo sta portando avanti molte attività, si pensi all’organizzazione dell’Anno della cultura cinese in Italia e in Francia o la partecipazione di artisti a eventi culturali nel mondo, come la Biennale di Venezia.

Tuttavia ritengo che non sia sufficiente affidarsi solo ai metodi tradizionali. La Cina dovrebbe usare un linguaggio più internazionale per diffondere la sua cultura efficacemente. Spesso questo non accade e comunicare diventa difficile, come quando un gallo cerca di dialogare con un’anatra.

La mia opera è rivolta a tutti indipendentemente dalla nazionalità. Non importa se non si conosce la lingua dell’altro. Quelli che conoscono solo il cinese guardando il muro possono capire l’attualità della Cina. Chi conosce sia il cinese sia l’inglese può carpire l’enorme differenza tra le due culture. Coloro che capiscono solo l’inglese potranno riflettere sulle difficoltà di comunicazione con la Cina. Per chi non conosce nessuna delle due lingue sarà incomprensibile, come il dizionario di un alieno. In questo modo l’opera stessa diventerà un ostacolo e il pubblico ne diventerà parte integrante.Una volta terminata la Biennale, porterò Guge bricks in altri paesi perché tutti ne comprendano il messaggio, i mattoni saranno divisi in più gruppi che andranno in musei e collezioni private. Sarà un modo per distruggere idealmente il muro che ci divide.
LIMES Qual è il rapporto tra politica e arte in Cina? La prima costituisce un limite per la seconda? SHU In qualunque paese la politica può essere un ostacolo. È proprio la presenza di limiti che spinge l’arte a cercare nuovi metodi di espressione. Infatti, uno degli obiettivi dell’artista è quello di esprimere con le sue opere ciò che non si potrebbe dire.

Inoltre, per via dello sviluppo economico la Cina sta attraversando una fase di imperfezione che paradossalmente fa si che l’arte sia più libera; del resto, i pesci non nuotano dove l’acqua è troppo limpida. Per questo motivo sono felice di poter vivere in un periodo così affascinante. In Europa, al contrario, la situazione sociale è più statica. Da quando sono venuto qui la prima volta, 10 anni fa, non è cambiato niente e probabilmente tutto rimarrà identico fra 30 anni. Quando la crescita si arresta, l’arte si indebolisce e si riduce a semplice ornamento.


LIMES Cosa pensa dell’artista Ai Wei Wei e del suo rapporto con la politica? 

SHU Il rapporto conflittuale di Ai con la politica non è una cosa negativa. Il suo obiettivo è esprimere in maniera oggettiva i problemi sociali della Cina.  Penso che il governo cinese debba essere più disponibile, accettare le nuove forme d’arte e in generale essere più aperto verso le opinioni altrui. Il rapporto tra arte e politica è interattivo, poiché sono entrambe due espressioni della nostra esistenza.


LIMES È utopico pensare che Cina e Occidente possano comprendersi veramente in futuro?

SHU La barriera comunicativa esisterà sempre, ma se ci sforziamo di conoscerci reciprocamente sul piano culturale possiamo certamente fare grandi passi in avanti e migliorarci reciprocamente.

Per approfondire:  Media come armi |  Il sogno della Cina
(28/06/2013)



Il Partito comunista cinese alla lotteria della comunicazione

di Giorgio Cuscito 

tratto da Limes – Rivista Italiana di Geopolitica, link diretto: http://temi.repubblica.it/limes/il-partito-comunista-cinese-alla-lotteria-della-comunicazione/42447

(traduzione: competizione culturale sullo studio del diciottesimo Congresso del Partito.Il premio di 5000 rmb ti aspetta!)

“Studiare lo spirito del diciottesimo Congresso del Pcc”:questo il titolo (e l’obiettivo) dell’insolita lotteria indetta dal Partito comunista cinese. La competizione è gestita dal Giornale del Popolo (organo ufficiale del regime) ed è accessibile fino al 28 febbraio attraverso la pagina web dedicata al Pcc.
 
Insolito è soprattutto il metodo di partecipazione: basta, infatti, rispondere a un quiz… politico. L’argomento in questione è il shi ba da, letteralmente “il grande diciotto”, come i cinesi chiamano il Congresso tenutosi lo scorso novembre. A disposizione del giocatore cinque gruppi da venti domande: dopo averne scelto uno e risposto correttamente a tutti i quesiti, è possibile inviare i propri dati e partecipare alla lotteria.
 
In palio 5000 rmb (pari a 600 euro), la mensilità di un colletto bianco cinese con almeno 3 anni di esperienza. Basta leggere le domande per capire che “in gioco” c’è ben altro.
 
Esempio n.1. In 90 anni di duro lavoro, il nostro Partito ha unito e guidato tutte le etnie del nostro popolo. La vecchia Cina, povera e arretrata, è diventata una nuova Cina, forte e prospera. Il grande ringiovanimento della nazione cinese mostra brillanti prospettive. Siamo molto orgogliosi della storia del nostro Partito e del nostro popolo; crediamo fortemente negli __________ che il partito e il popolo hanno raggiunto; siamo estremamente consapevoli delle responsabilità storiche assunte dal Partito.
A) convinzioni politiche
B) ideali e le convinzioni
C) obiettivi
(Risposta corretta: B)
 
Esempio n.2. L’argomento del diciottesimo Congresso nazionale del popolo del Partito comunista cinese è: __________.
A) tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, seguire le teorie di Deng Xiaoping, il principio delle “Tre Rappresentanze” e la concezione scientifica dello sviluppo; emancipare la mente, fare riforme e aprirsi; raccogliere le forze e unirsi per combattere incrollabilmente lungo la strada del socialismo con caratteristiche cinesi per costruire una società prospera.
B) tenere alta la grande bandiera della teoria di Deng Xiaoping, attuare pienamente il pensiero delle “Tre Rappresentanze”, portare avanti la nostra causa, stare al passo con i tempi, costruire una società prospera e accelerare la modernizzazione socialista; lottare per iniziare una nuova fase per la causa del socialismo con caratteristiche cinesi.
C) tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, seguire le teorie di Deng Xiaoping e l’importante principio delle “Tre Rappresentanze”; attuare pienamente il concetto scientifico di sviluppo, continuare a emancipare la mente, persistere nella riforma e nell’apertura, promuovere lo sviluppo scientifico e l’armonia sociale; lottare al fine di raggiungere nuovi traguardi nella costruzione di una società prospera.
(Risposta corretta: A)
 
Esempio n.3. La riforma del sistema politico deve prestare maggiore attenzione a migliorare il sistema democratico e arricchire le forme di democrazia, al fine di garantire al popolo l’attuazione di __________, secondo la legge.
A) auto-gestione, auto-educazione, auto-monitoraggio
B) consultazione democratica, dialogo democratico, informazione aperta, trasparenza democratica
C) elezione democratica, processo decisionale democratico, gestione democratica e controllo democratico
(Risposta corretta: B)
 
Sofferenze del passato (la povertà e l’arretratezza), successi del presente (la grande crescita economica) e sfide del futuro (migliorare la qualità della vita dei cittadini, rafforzare l’esercito, eliminare la corruzione, l’inquinamento): tutto è concentrato in poche righe.
 
Il quiz non poteva non menzionare la ricetta per “la crescita pacifica”: continuare lungo la via del socialismo con “caratteristiche cinesi”, seguire le teorie di Xiaoping, perseguire l’armonia sociale, dare la priorità alla crescita economica, rafforzare lo Stato di diritto ecc…
 
C’è anche spazio per parlare di riforme democratiche; in questo caso la risposta occidentale è, letteralmente, quella sbagliata. Quella “giusta” prevede termini vaghi come “consultazione e dialogo democratico” e “trasparenza”, ma esclude il suffragio universale e un processo decisionale democratico. La Cina non vuole imitare l’Occidente, in politica.
 
Allora il quiz diventa un vademecum del Pcc e il giocatore diventa studente; a vincere non è il fortunato cittadino estratto, ma il Partito stesso che, in quanto maestro, diffonde i suoi insegnamenti. Ad oggi, solo 500 mila persone hanno partecipato alla lotteria (una cifra esigua rispetto agli 80 milioni di iscritti al Partito). Più che il numero di partecipanti, ciò che conta è la spontaneità con cui il giocatore/studente decide di giocare/apprendere.
In più occasioni, la Cina ha ammesso di essersi dovuta adeguare alle nuove esigenze della società cinese per accrescere il livello di comunicazione con il popolo. Certamente, per il governo cinese diffondere “lo spirito del Partito” è ancora la sfida più delicata.
 
Resta da vedere se il metodo “studia e vinci” rappresenti,oppure no, il preludio allo sviluppo di più raffinate tecniche di persuasione.

A Shanghai va bene la crescita economica senza democrazia

A Shangai va bene la crescita economica senza democrazia pubblicato da Limes Rivista Italiana di Geopolitica 
Città che ha dato i natali al Partito comunista cinese (Pcc), Shanghai è oggi il principale centro del business della Cina continentale. La popolazione, disillusa e orientata al money-making, ha seguito solo in maniera apparentemente distratta lo svolgimento del diciottesimo congresso del Partito.


Il primo luglio 1921 a Shanghai dodici uomini, tra cui Mao Zedong, si incontrarono segretamente al primo piano di unoshikumen (letteralmente arco di pietra), tradizionale abitazione locale dell’epoca. Tra gli argomenti di cui parlarono, vi era la fondazione del Partito comunista cinese: fu quello il primo congresso del Pcc.
Dopo novantuno anni, l’architettura di Shanghai è cambiata. Grattacieli e negozi di lusso costellano la città, diventata oggi il principale polo economico della Cina continentale. Ma solo all’apparenza l’umile struttura di quello shikumen, oggi meta turistica, contrasta con lo skyline di Shanghai; al contrario, la loro convivenza simboleggia il passato e il presente dell’Impero di Centro lungo la via del socialismo con “caratteristiche cinesi”.
[Lo skyline di Shanghai. Fonte: Ansa]


Un mese fa, come è noto, si è tenuto a Pechino il Diciottesimo congresso del Pcc; il conclave mandarino si è svolto in una capitale blindata, con controlli serrati e ferree regole di sicurezza: vietato far volare palloncini, aerei telecomandati e piccioni; bloccati i finestrini posteriori dei taxi; tutte precauzioni per evitare la diffusione di messaggi anti-Partito.
Intanto, a mille chilometri di distanza, una Shanghai a metà tra la disillusione e la distrazione ha continuato a occuparsi del business. Naturalmente, manifesti inneggianti al Partito sono stati affissi in tutta la città, ma quasi nullo è stato il dispiegamento di forze di polizia per le strade. Come di consueto, i pendolari hanno potuto evitare il controllo bagagli posto all’entrata della metropolitana: un comportamento non ammesso a Pechino in qualsiasi periodo dell’anno, figurarsi in un momento così importante. Ci ha pensato Internet, quasi paralizzato dagli innumerevoli firewall governativi, a ricordare agli shanghainesi che nella capitale si definiva (si formalizzava?) il destino della Cina per i prossimi cinque anni.
“È inutile ascoltare le notizie, i media cinesi riprendono le dichiarazioni ufficiali del governo parola per parola”, commenta Sonia, shanghainese di 38 anni, guardando distrattamente le immagini di Xi Jinping sugli schermi della metropolitana. “Ho seguito i commenti sul congresso su Sina Weibo e QQ (i principali social network cinesi), perché la crescita economica mi interessa molto.” Secondo Chan, venuto dalla campagna a cercare fortuna a Shanghai, non c’era motivo di seguire il congresso, “tutti sapevano come si sarebbe concluso” e in ogni caso “non importa chi viene nominato quando a governare è un partito solo”. “Cosa possiamo fare se non prendere semplicemente coscienza di quanto il Partito decide?” dice Li, yuppie originario di Guangzhou.
I cittadini sono consapevoli di non avere alcuna capacità decisionale, ma il livello qualitativo della nuova classe dirigente del Partito, più istruita e giovane rispetto alla precedente, sembra rincuorarli. I magnifici sette che guideranno il paese sono tutti laureati, qualcuno anche in materie umanistiche, e hanno accumulato esperienza nelle amministrazioni di municipalità locali.
Xi Jinping – segretario del Pcc e futuro presidente della Rpc – e Yu Zhengsheng non sono volti nuovi per gli abitanti di Shanghai: entrambi hanno svolto il ruolo di capo del Partito locale. Li Keqiang, che prenderà le redini dell’economia cinese, parla un fluente inglese e durante i suoi studi all’Università di Pechino è stato esposto alle idee occidentali. “Ho letto che il congresso vuole raddoppiare il pil pro-capite entro il 2020; sono contenta di quello che stanno facendo per controllare l’inflazione” afferma Liu, impiegata di una grande azienda americana. Gli obiettivi degli shanghainesi coincidono con quelli del Pcc: un’istruzione migliore, un lavoro più stabile, sicurezza sociale, assistenza medica, miglioramento delle condizioni sanitarie, riduzione dell’inquinamento e soprattutto eliminazione della corruzione.
È quest’ultimo punto il vero tallone d’Achille, come ha affermato lo stesso Xi Jinping. “Hanno dichiarato di voler eliminare la corruzione, ma come possono farlo se sono loro i corrotti?” sostiene un tassista arrabbiato.
Nelle parole degli shanghainesi questi obiettivi si riassumono nel concetto di heping fazhan ovvero “sviluppo pacifico”. Dalla “lista dei desideri” dei cinesi, e del Partito, rimangono ancora fuori questioni come la riforma del sistema politicola partecipazione popolare o la tutela dei diritti umani. Solo una piccola parte della popolazione cinese, e in particolare di quella shanghainese, analizza questi argomenti e quando il loro interesse si trasforma in azione l’arresto è molto probabile; come nel caso degli attivitisti Shen Peilan e Han Zhongming, arrestati due giorni prima del congresso per disturbo della quiete pubblica. Oppure quello di Chen Jianfang fermato a Pechino il 5 novembre; rispedito a Shanghai, Chen è ancora detenuto nella prigione di Pudong con la medesima accusa.
Complessivamente, gli abitanti della “Perla d’Oriente” seguono l’attitudine della città: cavalcando l’onda della crescita economica, concentrano le proprie energie nel business e su come spendere i soldi guadagnati. Il modo in cui gli shanghainesi hanno, o meglio, non hanno seguito il congresso identifica quella parte della Cina che sta assaporando i benefici del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ma non sente ancora la reale necessità di partecipare alla vita politica. Ma questo non è necessario finché l’economia cinese, di cui Shanghai è il profilo migliore, cresce ad un tasso del 10% annuo.
Viene spontaneo chiedersi per quanto tempo il governo potrà fare affidamento solo sulla sua crescita economica per gestire la popolazione e cosa potrebbe succedere se lo “sviluppo pacifico” dovesse arrestarsi. Nel frattempo, per Shanghai, la politica propriamente detta rimane lontana dagli occhi, lontana dal cuore.
Il volume di Limes 6/12 “Usa contro Cina“, uscito martedì 11 dicembre, si occupa dei rapporti tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. Puoi acquistarlo in edicola o in libreria, oppure scaricarlo su iPad.