Più energia meno CO2: le opzioni della Cina per continuare a crescere


Mia analisi sul mix energetico cinese originariamente pubblicata su Agienergia.it il 20/5/2015

Tre fattori incidono sul fabbisogno energetico della Repubblica popolare cinese (Rpc): essere il paese più popoloso al mondo (1 miliardo e 400 milioni di abitanti); avere un tasso di crescita del PIL pari al 7% nel 2015; essere il più grande produttore, consumatore e importatore di carbone, risorsa che ha rappresentato nel 2012 il 66% del fabbisogno energetico cinese. La combinazione di questi elementi rende la Rpc il principale emettitore di anidride carbonica al mondo. Ragion per cui Pechino deve diversificare il più possibile le fonti di approvvigionamento energetico, valorizzando quelle meno inquinanti. In base all’accordo del novembre scorso tra il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo Usa Barack Obama, la Cina intende raggiungere il picco di emissioni di CO2 intorno al 2030 e aumentare l’utilizzo di combustibili non fossili del 20%.
In tale ambito s’intravede qualche segnale positivo. Secondo Greenpeace, nei primi quattro mesi del 2015, in Cina i consumi di carbone sono scesi dell’8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e le emissioni di anidride carbonica sono diminuite del 4%2. Se la Rpc confermasse questo trend potrebbe chiudere l’anno con la più grande riduzione mai registrata da un singolo paese sia per l’utilizzo di carbone sia per la produzione di CO2. Su questa flessione hanno inciso in parte il rallentamento del tasso di crescita della produzione industriale cinese (5,9% ad aprile, quasi 3 punti percentuali in meno rispetto all’anno prima) e quello della produzione di questo combustibile (-7,4%)3. Pechino ha annunciato che quest’anno chiuderà 1.254 miniere di carbone4.

Il petrolio è la seconda risorse energetica più utilizzata dalla Cina (20% dei consumi). Nonostante questo paese sia il quarto più grande produttore al mondo di greggio, le sue riserve non sono sufficienti per soddisfare la domanda interna, quindi Pechino deve importarne ingenti quantità dall’estero. Negli ultimi cinque anni queste sono aumentate del 30%5 e ad aprile la Cina è diventata il più grande importatore di petrolio al mondo (superando gli Usa) con 30 milioni di tonnellate (7.37 milioni di barili al giorno). In tale contesto, il Medio Oriente (ha un ruolo fondamentale. Nel 2013, il 52% del petrolio importato dalla Rpc arrivava da questa regione. L’Arabia Saudita è il suo primo fornitore di greggio (19%) al mondo, l’Iraq è il quinto, l’Iran è il sesto. La Cina preme per la conclusione dell’accordo sul programma nucleare iraniano tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (i cosiddetti “P5+1”) e la Repubblica Islamica affinché siano rimosse le sanzioni sulle esportazioni di petrolio di questo paese. Dati i buoni rapporti tra Teheran e Pechino, in tale circostanza l’Iran acquisirebbe maggiore rilievo nelle strategie energetiche cinesi.

La Rpc sta puntando anche su altre fonti energetiche “più pulite”, ma al momento il loro consumo è nettamente inferiore rispetto a quello del carbone e del petrolio. Nel 2012, l’energia idroelettrica ha rappresentato l’8% dei consumi nazionali cinesi. La diga delle Tre Gole, costruita sul Fiume Azzurro nello Hubei e costata oltre 25 miliardi di dollari, è il più grande impianto al mondo in termini di energia prodotta. Tuttavia la sua costruzione ha comportato il trasferimento di 1,5 milioni di abitanti e la distruzione d’innumerevoli siti archeologici.

La produzione e il consumo di gas naturale sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi 15 anni, ma questo rappresenta solo il 5% delle risorse energetiche utilizzate in Cina. Lo scorso novembre, il Consiglio di Stato (organo esecutivo del governo centrale cinese) ha stabilito che entro il 2020 il consumo di metano dovrà raggiungere il 10%, mentre quello di carbone dovrà scendere sotto il 62%.  Pechino intende aumentare sia la produzione sia le importazioni di gas. Basti pensare all’accordo da 400 miliardi di dollari firmato con la Russia (suo partner economico e rivale strategico) nel 2014, secondo cui la Cina riceverà da questo paese 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno per 30 anni a cominciare dal 2018. Ciò aiuterà Pechino a perseguire i suoi obiettivi. 

Interessanti sono le prospettive riguardanti lo shale gas. La Cina possiede le più grandi riserve al mondo di gas da scisti bituminosi tecnicamente recuperabile, ma ad oggi in tale campo l’industria cinese non è avanzata quanto quella statunitense. Pechino sta sostenendo la ricerca tecnologica, fornendo incentivi fiscali alle aziende e liberalizzando progressivamente questo mercato, gestito prevalentemente da imprese statali. Uno degli obiettivi principali è ridurre i costi dell’estrazione dello shale gas. Nel 2013 la China National Petroleum Corp. (Cnpc) e la China Petroleum & Chemical Corp. (Sinopec) hanno perso oltre 1 miliardo di dollari in quest’attività6. Sui costi non influiscono solo le capacità tecnologiche e l’expertise delle aziende cinesi, ma anche la conformazione geologica dei giacimenti, che rende più complessa l’estrazione rispetto a quella condotta negli Usa. Malgrado queste problematiche, secondo British Petroleum, la Cina diventerà entro il 2035 il secondo più grande produttore di shale gas dopo il Nord America7.

Pechino possiede la più grande industria al mondo per produzione di pannelli fotovoltaici e aerogeneratori e l’anno scorso ha speso 90 miliardi di dollari in fonti rinnovabili8. Tuttavia al momento queste risorse rappresentano solo l’1% dei consumi energetici cinesi. Non v’è dubbio che per contenere l’utilizzo del carbone e ridurre le emissioni di gas serra la Cina farà maggiori sforzi in tale settore. Anche il nucleare rappresenta solo l’1% del mix energetico cinese. Nella Rpc, 23 centrali sono attive e 26 sono in costruzione. Gli impianti si concentrano prevalentemente sulla costa Est del paese, suo cuore politico ed economico. Quest’anno, altre 8 dovrebbero diventare operative, segnando per la Cina il più grande aumento nella produzione nucleare in un singolo anno. Per questo motivo, il segretario dell’Associazione cinese per l’energia nucleare Zhang Huazhu ha detto che il 2015 sarà un “anno cruciale” per il settore, considerato fondamentale per ridurre il consumo di carbone9.

In Cina l’inquinamento determinato dalla prorompente crescita economica sta riducendo le capacità produttive del paese (il 40% dei territori coltivabili si è degradato10) e danneggiando la qualità di vita dei suoi abitanti. Per Pechino, consapevole che dal benessere dei cinesi dipende anche la stabilità del sistema politico e il primato del Partito comunista, trovare un equilibrio tra soddisfacimento della domanda energetica interna e riduzione delle emissioni di CO2 è quindi un obiettivo prioritario.


Account twitter @giorgiocus

Note
1 China, Us Energy information administration , ultimo aggiornamento 14 maggio 2015.
2 China is on track for the biggest reduction in coal use ever recorded , Quartz, 14/5/2015.

3 Industrial Production Operation in April 2015 , National Bureau Statistics of China.

4 China pledges tougher measures to cut overcapacity , People’s Daily, 7/5/2015.

5 China tops US in April oil imports: report , China Daily, 12/5/2015.

6 China’s Elusive Shale Gas Boom , Caixin, 6/4/2015.

7 BP highlights China’s surging shale gas production , Shanghai Daily, 28/4/2015.

8 M. L. CLIFFORD, Chinese Coal Cuts , China Us Focus,13/5/2015.

9 ‘ Crucial year’ for nuclear energy sector , China Daily, 23/4/2015.

10 More than 40% of China’s arable land degraded: report , China Daily, 5/11/2014.

Chi e perché aiuta il Nepal dopo il terremoto

[Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2005 “Cindia, la sfida del secolo]
 
Il paese himalayano, tra i più poveri al mondo e situato tra le potenze regionali Cina e India, deve fronteggiare l’emergenza umanitaria in un contesto segnato dalla corruzione e dall’instabilità economica. Il supporto di Washington, Pechino e Delhi dipende anche dai loro interessi regionali.

Articolo originariamente pubblicato su Limes e TvSvizzera.it 

La scossa di terremoto di magnitudo 7.8 che ha colpito il Nepal lo scorso 25 aprile ha mietuto almeno 7 mila vittime. I problemi successivi e la cattiva gestione da parte del governo locale hanno messo a nudo le difficoltà politiche ed economiche di uno dei paesi più poveri e corrotti dell’Asia.
 
Geopolitica del Nepal 
 
Il Nepal, che conta 27 milioni di abitanti, si sviluppa a ridosso della catena himalayana, compresso tra l’India (a Sud, a Ovest e a Est) e la Cina (a Nord) e senza sbocco sul mare. La fascia settentrionale del paese è prevalentemente montuosa, quella centrale è collinare, mentre quella meridionale, il Terai, è una fertile pianura paludosa, irrigata da affluenti dei fiumi Gange e Brahmaputra.
Secondo lo Us geological survey, il Nepal si trova in una delle regioni più instabili del mondo dal punto di vista sismico. In questo paese, l’ultimo terremoto di dimensioni simili a quello recente era avvenuto nel 1934, uccidendo oltre 10 mila persone. In occasione dell’ultimo sisma, violente scosse hanno anche colpito l’India e la regione cinese del Tibet.
 
Kathmandu, la capitale, è il cuore del paese, ma la maggior parte della popolazione vive nelle campagne e dipende dall’agricoltura. Circa un quarto degli abitanti è sotto la soglia della povertà e il paese dipende in larga parte dagli aiuti esteri.
 
Il Nepal ha subito un grande cambiamento sul piano politico quando si è trasformato da monarchia a repubblica federale nel 2008, dopo circa un decennio di guerriglia condotta dai maoisti nepalesi (vedi carta). E’ stato proprio il loro partito in quell’anno a vincere le elezioni. Oggi nel paese himalayano vige ancora la costituzione ad interim realizzata per facilitare il passaggio al nuovo sistema politico. I partiti locali, infatti, non riescono mettersi d’accordo su questioni di base, per esempio in quanti Stati dovrebbe essere diviso il paese, e ciò complica il processo di transizione democratica. La corruzione è dilagante, al punto che a marzo il Regno Unito aveva minacciato un taglio agli aiuti qualora Kathmandu non avesse cominciato a contrastare efficacemente il problema.
 
La sfida geopolitica del Nepal è non finire sotto l’egemonia delle due potenze confinanti – e rivali tra loro – Cina e India, per le quali questo “paese cuscinetto” è potenzialmente un terreno di scontro. L’obiettivo è difficile da perseguire. Il Nepal è di dimensioni nettamente inferiori rispetto al Dragone e all’Elefante. L’India è il suo principale partner commerciale e per Kathmandu i suoi porti sono fondamentali per accedere al mare. Inoltre i due paesi sono piuttosto legati sul piano culturale, basti pensare che l’80% della popolazione nepalese è di religione induista. La Cina sta curando i rapporti con il paese himalayano perché confina con la regione cinese del Tibet (nodo geopolitico per Pechino) ed è un punto di accesso all’Asia del Sud. Inoltre, l’Impero del Centro è il principale investitore estero in Nepal e concentra i suoi sforzi nella costruzione di infrastrutture. L’antagonismo tra Pechino e Delhi (malgrado la comune appartenenza al gruppo dei Brics) spiega in parte anche la loro solerzia nell’inviare aiuti a Kathmandu.
 
I problemi di Kathmandu e la “diplomazia del disastro”
 
Pur consapevole dell’instabilità sismica che caratterizza il territorio nepalese, Kathmandu non ha adottato misure preventive adeguate a intervenire tempestivamente in occasione del terremoto. Persino il ministro delle Finanze locale Sharan Mahat ha ammesso che il governo non era preparato per rispondere alla calamità naturale. Per la disperazione, circa 200 persone hanno protestato fuori dal parlamento nepalese chiedendo maggiori sforzi e un soccorso più efficiente ai cittadini bisognosi. Nel villaggio di Sangachowk, a circa tre ore da Kathmandu, alcuni abitanti hanno bloccato le strade e fermato due camion carichi di riso, noodles e biscotti diretti verso la capitale. Poi hanno fatto lo stesso con un convoglio di tre unità dell’esercito che portava altri prodotti, generando momenti di tensione con i soldati che scortavano il carico.
 
Un gran numero di paesi e organizzazioni internazionali ha prestato soccorso al Nepal. Secondo l’Onu, servono 415 milioni di dollari nei prossimi tre mesi per rispondere alla crisi umanitaria. Stati Uniti, India e Cina sono particolarmente impegnati nell’invio di aiuti, personale specializzato e velivoli militari per condurre operazioni di soccorso. Washington, Pechino e Delhi sono mosse sia dal desiderio di assistere il Nepal sia dalla possibilità di consolidare il loro soft power in questo paese (la cosiddetta “diplomazia del disastro”). La Cina, che suo malgrado ha grande esperienza nella gestione di disastri naturali, il giorno dopo il terremoto ha inviato squadre di soccorso e annunciato aiuti economici per 3.3 milioni di dollari. Inoltre, per la prima volta forze di polizia cinesi hanno varcato i confini nazionali per aiutare Kathmandu. Gli Usa hanno contributo immediatamente con 1 milione di dollari e i loro elicotteri hanno cominciato le ricerche per prestare soccorso nelle aree più remote del Nepal. Il consolidamento dei rapporti con i paesi asiatici fa parte della strategia di Washington per contenere l’ascesa militare ed economica della Cina.
 
Certamente gli aiuti di breve termine sono indispensabili (e giovano al soft power di chi li offre), ma saranno quelli di lungo periodo a consentire al Nepal di risollevarsi. Superata la crisi, Kathmandu dovrà risolvere i problemi politici interni e costruire un sistema democratico stabile. In questo modo, sarà in grado di prendere le precauzioni adeguate per contrastare in maniera efficace catastrofi come quella avvenuta recentemente, che possono mettere in ginocchio il paese e renderlo vulnerabile alle strategie geopolitiche delle potenze regionali.
 

Presidente di Sinopec indagato per "seria violazione della legge"

Wang Tianpu, presidente del gruppo Sinopec

Il presidente del gruppo Sinopec, uno dei giganti petroliferi della Repubblica popolare cinese, sarebbe sotto indagine per “seria violazione della legge e della disciplina”.

L’inchiesta rientra nell’ambito della campagna anticorruzione lanciata dal presidente cinese Xi Jinping dal 2012 a oggi. 

Nei primi 3 mesi del 2015, 9.636 funzionari sono stati indagati perché sospettati di corruzione.

Qui il link all’informazione rilasciata dall’agenzia di stampa Xinhua: http://news.xinhuanet.com/english/2015-04/27/c_134189238.htm