Tutti vogliono un posto nell’Aiib della Cina (tranne gli Usa)

Carta di Laura Canali
La banca d’investimento per le infrastrutture asiatiche voluta da Pechino include molti alleati di Washington (tra cui Regno Unito, Francia e Italia) e fa parte dei progetti della Rpc per definire il suo ordine globale. 

 

Articolo originariamente pubblicato su Limes – Rivista Italian di Geopolitica e TvSvizzera.it 

 




Cinquantasette saranno i paesi fondatori dell’Asian infrastructure investment bank (Aiib), la banca promossa dalla Repubblica popolare cinese (Rpc) per la costruzione d’infrastrutture in Asia. Questi includono antagonisti degli Usa quali Russia e Iran e molti paesi occidentali, tra cui alleati come il Regno Unito, la Francia e l’Italia (c’è anche la Germania). Una notizia che non fa piacere alla Casa Bianca.
Secondo Xinhua, il sistema economico attuale, modellato dagli accordi di Bretton Woods settant’anni fa, è “dominato dai paesi occidentali e rappresenta sempre meno l’architettura dell’economia mondiale” […] “I mercati emergenti stanno diventando i principali motori dello sviluppo” pertanto “è ragionevole che essi svolgano un ruolo più grande nelle istituzioni finanziarie”.
Da tempo, la Rpc tenta di avere maggiore voce in capitolo nelle principali istituzioni economiche internazionali (per esempio Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale e Asian Development bank) in cui gli Stati Uniti hanno un ruolo egemone. Questa è una delle ragioni che hanno spinto Pechino a mettere in piedi nuovi progetti per disegnare un proprio ordine internazionale.
Che cosa è l’Aiib
L’Aiib, proposta per la prima volta dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, ha lo scopo di finanziare i progetti infrastrutturali in Asia. Il quartier generale si troverà a Pechino e la Cina deterrà il 50% delle azioni. Il suo capitale iniziale è di 50 miliardi di dollari ma in futuro potrà raggiungere i 100 miliardi. Il processo decisionale e la ripartizione delle quote sono in fase di definizione, quindi non è ancora chiaro se la Rpc avrà oppure no potere di veto.
Lou Jiwei, ministro delle Finanze cinese, ha detto la banca svolgerà funzioni complementari a quelle della Banca Mondiale (che ha ben accolto la sua creazione) e l’Asian development bank (Adb), che si focalizzano su progetti per la riduzione della povertà. Lou ha affermato che l’Aiib avrà una struttura a tre livelli, composta da un consiglio, un board di amministrazione e il management. In più vi sarà un meccanismo di supervisione per assicurare che il processo decisionale sia aperto e trasparente.
La scadenza per richiedere l’adesione come membri fondatori della banca (quindi in grado di dettarne le regole) era il 31 marzo. I paesi che hanno fatto o faranno richiesta dopo questa data potranno diventare membri ordinari; avranno quindi diritto di voto ma meno voce in capitolo nel processo decisionale rispetto ai fondatori.
La partecipazione di Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Australia e Corea del Sud non è stata graditadagli Stati Uniti. Washington considera l’Aiib una rivale della Banca Mondiale e dell’Adb e uno strumento con cui Pechino può consolidare la sua potenza economica. Per questo motivo, la Casa Bianca aveva suggerito ai paesi menzionati di non prendere parte all’iniziativa cinese, rimarcando anche la scarsa trasparenza della banca. Un consiglio difficile da seguire. La Rpc è la seconda potenza al mondo, il secondo partner commerciale dell’Ue dopo gli Usa e l’Estremo Oriente è oggi l’epicentro della crescita economica mondiale.
Il Giappone è rimasto fedele agli Stati Uniti e non ha aderito all’Aiib, sia per il ruolo di primo piano che riveste nell’Adb, sia per i rapporti tesi con la Cina. I due paesi sono legati da una rivalità storica e da una disputa marittima per la sovranità delle isole Diaoyu/Senkaku nel Mar Cinese Orientale.
La richiesta di adesione di Taiwan è stata respinta. Pechino, che considera l’Isola di Formosa una regione ribelle facente parte della Rpc, ha detto che questa sarà accettata come membro ordinario nell’Aiib se utilizzerà “un’identità appropriata”. Tradotto: non con il nome “Taiwan” o “Repubblica di Cina”. Taipei ha detto che farà nuovamente richiesta con il nome “Chinese Taipei”, lo stesso usato per i Giochi Olimpici.
Anche l’adesione della Corea del Nord (alleato della Rpc) è stata respinta. Non è stata data una motivazione ufficiale, ma il rifiuto potrebbe essere dovuto alla mancata fornitura di dati attendibili da parte di Pyongyang sulla sua economia, che dipende in larga parte dagli aiuti di e dal commercio con Pechino.
Il Brasile è l’unico paese dell’America Latina ad aver dato la propria adesione. Brasilia e Pechino intrattengono intensi (ma non sempre idilliaci) rapporti commerciali e sostengono entrambi la necessità di attribuire ai paesi in via di sviluppo maggiore potere decisionale nei principali forum internazionali.
Come sottolinea Enrique Dussel Peters della Universidad Nacional Autónoma de Mexico, la mancata partecipazione di altri paesi latinoamericani potrebbe essere dovuta a una combinazione di tre fattori: l’assenza dalla banca degli Usa, con cui questi intrattengono stretti rapporti economici; l’esistenza di altri strumenti di collaborazione tra Cina e America Latina come l’Inter-American development bank e il forum Cina-Comunità degli Stati latinoamericani e dei caraibi (Celac); i dubbi sui vantaggi che l’Aiib potrebbe offrire a questi paesi.
Malgrado il notevole successo in termini di adesione, rimangono ancora dei dubbi sul funzionamento della banca; in particolare in relazione alla sua governance, al meccanismo di votazione e più in generale al peso che avrà la parola di Pechino nel processo decisionale. Questi aspetti sono ancora in fase di definizione.
I disegni regionali e globali di Pechino
L’Aiib fa parte della strategia di lungo periodo del governo cinese per realizzare il proprio ordine regionale e globale. In tale contesto la Cintura economica della via della Seta (“una cintura, una strada”), il progetto infrastrutturale e commerciale che collegherà la Cina all’Europa attraverso una rotta terrestre e una marittima, ha un ruolo di primo piano. La prima in particolare ripercorre l’antica via della seta passando per Asia Centrale e Medio Oriente, regioni da cui Pechino importa crescenti quantità d’idrocarburi per alimentare la propria economia.
A questo progetto si aggiungono altri di dimensioni inferiori, come il corridoio economico Cina-Pakistan e quello Bangladesh-Cina-India-Myanmar.
La Rpc sta lavorando anche alla realizzazione della Free trade area of Asia Pacific (Ftaap), l’area di libero scambio proposta per la prima volta nel 2004. Questa è la risposta cinese alla Trans-Pacific partnership (Tpp), il lato economico del Pivot to Asia, la strategia degli Usa per contenere l’ascesa della Rpc.
Inoltre, Pechino si serve di organizzazioni regionali per affrontare il tema della sicurezza regionale. Tra queste vi sono la Shanghai Cooperation Organization (Sco) e la Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia (Cica), in cui Xi ha proposto la creazione di “una nuova architettura” guidata da Pechino.
Il governo cinese sta adeguando il suo soft power ai nuovi progetti regionali. Nella dottrina di Xi, riveste un ruolo chiave il “Sogno dell’Asia Pacifico”, che prevede un “destino comune” di pace, sviluppo e benefici comuni. Questo si lega  al “Sogno della Cina” che integra le aspirazioni nazionali con quelle dell’individuo e si basa su una crescita sostenuta.
La “diplomazia periferica”
Anche se la “relazione tra grandi potenze” con gli Stati Uniti riveste ancora un ruolo fondamentale nei piani di Xi Jinping, questa sembra non essere più da sola in cima alla sua agenda politica. Pechino si sta concentrando sempre di più sulla “diplomazia periferica”, ovvero il consolidamento dei rapporti economici e diplomatici con i paesi dell’Estremo Oriente, molti dei quali sono preoccupati dalla sua crescente assertività militare nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Finanziare “lo sviluppo comune” nella regione pare il modo migliore per arginare la loro diffidenza e allo stesso tempo contrastare il Pivot to Asia degli Usa.

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