Chi e perché aiuta il Nepal dopo il terremoto

[Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/2005 “Cindia, la sfida del secolo]
 
Il paese himalayano, tra i più poveri al mondo e situato tra le potenze regionali Cina e India, deve fronteggiare l’emergenza umanitaria in un contesto segnato dalla corruzione e dall’instabilità economica. Il supporto di Washington, Pechino e Delhi dipende anche dai loro interessi regionali.

Articolo originariamente pubblicato su Limes e TvSvizzera.it 

La scossa di terremoto di magnitudo 7.8 che ha colpito il Nepal lo scorso 25 aprile ha mietuto almeno 7 mila vittime. I problemi successivi e la cattiva gestione da parte del governo locale hanno messo a nudo le difficoltà politiche ed economiche di uno dei paesi più poveri e corrotti dell’Asia.
 
Geopolitica del Nepal 
 
Il Nepal, che conta 27 milioni di abitanti, si sviluppa a ridosso della catena himalayana, compresso tra l’India (a Sud, a Ovest e a Est) e la Cina (a Nord) e senza sbocco sul mare. La fascia settentrionale del paese è prevalentemente montuosa, quella centrale è collinare, mentre quella meridionale, il Terai, è una fertile pianura paludosa, irrigata da affluenti dei fiumi Gange e Brahmaputra.
Secondo lo Us geological survey, il Nepal si trova in una delle regioni più instabili del mondo dal punto di vista sismico. In questo paese, l’ultimo terremoto di dimensioni simili a quello recente era avvenuto nel 1934, uccidendo oltre 10 mila persone. In occasione dell’ultimo sisma, violente scosse hanno anche colpito l’India e la regione cinese del Tibet.
 
Kathmandu, la capitale, è il cuore del paese, ma la maggior parte della popolazione vive nelle campagne e dipende dall’agricoltura. Circa un quarto degli abitanti è sotto la soglia della povertà e il paese dipende in larga parte dagli aiuti esteri.
 
Il Nepal ha subito un grande cambiamento sul piano politico quando si è trasformato da monarchia a repubblica federale nel 2008, dopo circa un decennio di guerriglia condotta dai maoisti nepalesi (vedi carta). E’ stato proprio il loro partito in quell’anno a vincere le elezioni. Oggi nel paese himalayano vige ancora la costituzione ad interim realizzata per facilitare il passaggio al nuovo sistema politico. I partiti locali, infatti, non riescono mettersi d’accordo su questioni di base, per esempio in quanti Stati dovrebbe essere diviso il paese, e ciò complica il processo di transizione democratica. La corruzione è dilagante, al punto che a marzo il Regno Unito aveva minacciato un taglio agli aiuti qualora Kathmandu non avesse cominciato a contrastare efficacemente il problema.
 
La sfida geopolitica del Nepal è non finire sotto l’egemonia delle due potenze confinanti – e rivali tra loro – Cina e India, per le quali questo “paese cuscinetto” è potenzialmente un terreno di scontro. L’obiettivo è difficile da perseguire. Il Nepal è di dimensioni nettamente inferiori rispetto al Dragone e all’Elefante. L’India è il suo principale partner commerciale e per Kathmandu i suoi porti sono fondamentali per accedere al mare. Inoltre i due paesi sono piuttosto legati sul piano culturale, basti pensare che l’80% della popolazione nepalese è di religione induista. La Cina sta curando i rapporti con il paese himalayano perché confina con la regione cinese del Tibet (nodo geopolitico per Pechino) ed è un punto di accesso all’Asia del Sud. Inoltre, l’Impero del Centro è il principale investitore estero in Nepal e concentra i suoi sforzi nella costruzione di infrastrutture. L’antagonismo tra Pechino e Delhi (malgrado la comune appartenenza al gruppo dei Brics) spiega in parte anche la loro solerzia nell’inviare aiuti a Kathmandu.
 
I problemi di Kathmandu e la “diplomazia del disastro”
 
Pur consapevole dell’instabilità sismica che caratterizza il territorio nepalese, Kathmandu non ha adottato misure preventive adeguate a intervenire tempestivamente in occasione del terremoto. Persino il ministro delle Finanze locale Sharan Mahat ha ammesso che il governo non era preparato per rispondere alla calamità naturale. Per la disperazione, circa 200 persone hanno protestato fuori dal parlamento nepalese chiedendo maggiori sforzi e un soccorso più efficiente ai cittadini bisognosi. Nel villaggio di Sangachowk, a circa tre ore da Kathmandu, alcuni abitanti hanno bloccato le strade e fermato due camion carichi di riso, noodles e biscotti diretti verso la capitale. Poi hanno fatto lo stesso con un convoglio di tre unità dell’esercito che portava altri prodotti, generando momenti di tensione con i soldati che scortavano il carico.
 
Un gran numero di paesi e organizzazioni internazionali ha prestato soccorso al Nepal. Secondo l’Onu, servono 415 milioni di dollari nei prossimi tre mesi per rispondere alla crisi umanitaria. Stati Uniti, India e Cina sono particolarmente impegnati nell’invio di aiuti, personale specializzato e velivoli militari per condurre operazioni di soccorso. Washington, Pechino e Delhi sono mosse sia dal desiderio di assistere il Nepal sia dalla possibilità di consolidare il loro soft power in questo paese (la cosiddetta “diplomazia del disastro”). La Cina, che suo malgrado ha grande esperienza nella gestione di disastri naturali, il giorno dopo il terremoto ha inviato squadre di soccorso e annunciato aiuti economici per 3.3 milioni di dollari. Inoltre, per la prima volta forze di polizia cinesi hanno varcato i confini nazionali per aiutare Kathmandu. Gli Usa hanno contributo immediatamente con 1 milione di dollari e i loro elicotteri hanno cominciato le ricerche per prestare soccorso nelle aree più remote del Nepal. Il consolidamento dei rapporti con i paesi asiatici fa parte della strategia di Washington per contenere l’ascesa militare ed economica della Cina.
 
Certamente gli aiuti di breve termine sono indispensabili (e giovano al soft power di chi li offre), ma saranno quelli di lungo periodo a consentire al Nepal di risollevarsi. Superata la crisi, Kathmandu dovrà risolvere i problemi politici interni e costruire un sistema democratico stabile. In questo modo, sarà in grado di prendere le precauzioni adeguate per contrastare in maniera efficace catastrofi come quella avvenuta recentemente, che possono mettere in ginocchio il paese e renderlo vulnerabile alle strategie geopolitiche delle potenze regionali.
 

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