Dna e impronte digitali: nuove misure di controllo nel Xinjiang

[Carta pubblicata da Limes e realizzata da Laura Canali. Fonte: http://www.limesonline.com/piattaforma-xinjiang/64996]

Gli abitanti della prefettura autonoma kazaka di Yili nel Xinjiang dovranno fornire un campione di dna, impronte, registrazione vocale e immagine tridimensionale per ottenere il permesso di lasciare la Cina.  

Il provvedimento è stato annunciato prima del mese del Ramadan, iniziato ufficialmente lunedì 6 giugno. La notizia è stata diffusa dal quotidiano di Yili, che non ha spiegato esplicitamente le ragioni di tali misure. Tuttavia ha affermato che le domande per ottenere il permesso di viaggio sono aumentate notevolmente negli ultimi anni: nel 2014 sono state 20 mila, nel 2015 100 mila. Quest’anno dovrebbero raggiungere le 200 mila.

La decisione di adottare controlli stringenti al rilascio dei documenti di viaggio potrebbe mirare a monitorare – e scoraggiare – il flusso migratorio degli uiguri (turcofoni di religione musulmana) all’estero.  Secondo il South China Morning Post, la popolazione di Yili è composta per il 64% da minoranze etniche, incluse kazaka, uigura e mongola.

Nel Xinjiang (che ha un ruolo centrale nei piani del governo cinese) un paio d’anni fa Pechino ha lanciato una campagna antiterrorismo (tutt’ora in corso) per estirpare frange terroristiche di matrice uigura. Queste sono responsabili di diversi attentati nel Xinjiang, nel resto della Cina e probabilmente di quello avvenuto a Bangkok in Thailandia la scorsa estate. Secondo il governo cinese, circa 300 uiguri si sarebbero arruolati nello Stato Islamico e il Partito del Turkestan islamico, successore del Movimento islamico del Turkestan Orientale (affiliata ad al-Qaida secondo il governo cinese), starebbe combattendo il regime di Damasco in Siria.

Nell’ambito della campagna antiterrorismo, Pechino ha imposto diverse restrizioni ai musulmani: alle moschee è stato proibito di chiamare alla preghiera i fedeli; a questi ultimi è stato vietato di celebrare il Ramadan; in alcune città alle donne non è consentito indossare il velo e agli uomini portare la barba.

A tali misure le autorità hanno aggiunto attività ricreative (balli di gruppo e spettacoli di vario genere) “in stile han” (l’etnia maggioritaria della Cina), che non hanno riscosso grande successo presso la minoranza. La politica di modernizzazione del Xinjiang attuata da Pechino sin dagli anni Novanta ha stimolato gli han a popolare la regione. Ciò ha generato numerosi episodi di violenza interetnica che, uniti alla vicinanza geografica all’Afghanistan e al Pakistan, ha agevolato il radicalizzarsi di alcuni uiguri.

L’attuale clima di tensione spinge molti appartenenti alla minoranza etnica ad abbandonare la Cina per recarsi in Turchia, con cui percepiscono un’affinità spirituale e culturale. Alcuni di loro tuttavia, una volta raggiunto il paese della Mezzaluna si recano in Siria e in Iraq per combattere contro il regime di Bashar al Asad.

Pechino vuole interrompere il flusso migratorio uiguro ed evitare che in futuro membri della minoranza addestrati in Siria e in Iraq tornino in Cina per condurre attentati.

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