Uiguri, terrorismo ed energia: Xinjiang, (s)nodo irrisolto della Cina

di Giorgio Cuscito

L’attentato di Tiananmen, attribuito alla minoranza etnica, porta Pechino a irrigidire i controlli nella “Nuova frontiera”. La regione è un hub fondamentale per l’approvvigionamento di idrocarburi dall’Asia Centrale. L’uso della forza non basterà.  (pubblicato originariamente su Limesonline.com)

 

[Carta di Laura Canali]

Il 28 ottobre a piazza Tiananmen, a Pechino, una jeep si è lanciata a tutta velocità contro i passanti che si trovavano di fronte all’ingresso principale della Città Proibita. Subito dopo l’impatto l’auto ha preso fuoco. Il bilancio è stato di 5 morti e 38 feriti. Nelle ore successive, le autorità non hanno fornito alcun dettaglio sull’accaduto. Nel frattempo, le immagini amatoriali pubblicate su Weibo, il Twitter cinese, sono state prontamente censurate e la vettura circondata da teli di plastica verdi. La polizia di Pechino sembra non avere dubbi: si è trattato di un attentato suicida. All’interno dell’auto (registrata nello Xinjiang) vi erano Usmen Hasan, sua madre Kuwanhan Reyim e la moglie Gulkiz Gini.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Xinhua, erano 3 cinesi di etnia uigura. Con i loro corpi sono stati rinvenuti coltelli, non specificati “dispositivi pieni di benzina” e una bandiera jihadista. Il 30 ottobre, la polizia ha arrestato 5 sospetti provenienti dalla medesima regione, che avrebbero confermato la loro partecipazione all’attentato. Secondo Meng Jianzhu, capo della Commissione per gli affari politici e legali del Partito Comunista Cinese (Pcc), l’attacco sarebbe stato architettato dal Movimento Islamico del Turkestan Orientale (Etim). L’Etim è considerato da Pechino come il principale gruppo terroristico dello Xinjiang e la più grande minaccia alla sicurezza della Cina.

Ieri, il Pcc ha rimosso il generale Peng Yong, capo della sicurezza militare nella regione, dal comitato permanente del Partito in loco. Il provvedimento non è stato preso esplicitamente a causa dell’attentato. Il presunto attacco terroristico di Tiananmen ha attirato nuovamente l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sullo Xinjiang, patria della minoranza etnica degli uiguri. La “Nuova frontiera”, questo significa il suo nome, è un polo di forte instabilità geopolitica e allo stesso tempo uno snodo imprescindibile delle rotte energetiche a Ovest dell’Impero del Centro. Per questo Pechino deve garantirne la stabilità.

Identikit dello Xinjiang 

Lo Xinjiang – o Turkestan Orientale, nella versione turco-islamica – è la regione più occidentale della Cina. Si tratta di un’area sostanzialmente desertica, che comprende il 17% del territorio del paese ma solo il 2% dei suoi abitanti. La regione confina con Russia, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India.

 

[Carta di Laura Canali]

Gli uiguri, che costituiscono il 46% della popolazione dello Xinjiang, sono musulmani di lingua turcofona, con abitudini e tratti somatici molto diversi da quelli dei cinesi di etnia han. Questi ultimi rappresentano il 90% della popolazione dell’Impero del Centro e si concentrano sulla costa Est. Sin dalla prima metà del 1900, gli uiguri lottano per l’indipendenza della regione.

La distribuzione etnica nella regione è piuttosto netta. Gli uiguri si concentrano a Sud nel bacino del Tarim, che comprende Kashgar (3,9 milioni di abitanti) e Hotan. Urumqi, a Nord, è popolata in prevalenza da han. Questi ultimi si sono trasferiti nella regione negli anni Novanta, quando Pechino ha dato il via alla campagna go West: un insieme di progetti per agevolare lo sviluppo industriale e urbano dello Xinjiang. Spinti da ingenti incentivi economici governativi, gli han (oggi il 40% degli abitanti della regione) hanno “colonizzato” il Nord; guarda caso, dove erano stati scoperti i primi giacimenti petroliferi. Sono stati loro a beneficiare delle campagne per industrializzare lo Xinjiang.

La “sinizzazione” della regione ha provocato il formarsi di movimenti separatisti uiguri – tra cui il già citato Etim – e provocato numerosi scontri fra le 2 etnie. L’episodio più grave si è verificato il 5 luglio del 2009 a Urumqi, dove sono morte 200 persone. Ogni anno, nei giorni che precedono il tragico anniversario, Pechino alza la soglia di sicurezza nella regione e censura le parole sensibili su Internet. Il governo cinese sa che il risentimento degli uiguri e la vicinanza geografica all’Afghanistan e al Pakistan rendono lo Xinjiang un terreno fertile per il terrorismo islamico.

Tra il 26 giugno e il 31 agosto, infatti, le forze di polizia locali hanno arrestato 110 uiguri, ritenute colpevoli di aver promosso il jihad. Inoltre a luglio, alcuni membri della minoranza etnica si sono uniti ai ribelli siriani per combattere l’esercito lealista di al-Asad.

L’Asia Centrale e la diversificazione delle rotte energetiche

Il fabbisogno cinese d’idrocarburi è cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni. La scarsa presenza di giacimenti di petrolio e gas nell’Impero del Centro ha spinto Pechino a diversificare le fonti di approvvigionamento.

 

                                               [Le infrastrutture che collegano Cina e Asia Centrale; fonte: Stratfor.com]

L’Asia Centrale, ricca di giacimenti gasiferi e vicina geograficamente, è stata definita dal Generale dell’Esercito di liberazione del popolo (Pla) Li Yazhou, come “la più sottile fetta di torta donata dal cielo alla Cina moderna”.

A settembre, il presidente cinese Xi Jinping ha effettuato un tour di 10 giorni nella regione, firmando numerosi accordi commerciali. Xi ha visitato Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan e Kirghizistan; ha partecipato al G-20 di San Pietroburgo, in Russia, e al summit della Shanghai Cooperation Organization (Sco) a Bishek, in Kirghizistan. Pechino ha le idee chiare su come agire: stringere buoni rapporti diplomatici, offrire il proprio aiuto nella costruzione di strade, porti, ferrovie e in cambio ottenere gas e petrolio a un buon prezzo.

La strategia si sta dimostrando efficace. La Cina, infatti, importa dal Kazakistan circa 235 mila barili di greggio al giorno. Se Astana completerà nel 2014 il progetto del giacimento petrolifero di Kashagan, Pechino prevede di aumentarli a 1.5 milioni. In Kazakistan la China National Petroleum Corporation gestisce insieme alla KazTransOil 4 pipeline, inclusa la Kazakistan-China crude oil pipeline e la Kazakistan-China gas pipeline. In Uzbekistan, Pechino ha acquistato circa 10 miliardi di metri cubi di gas naturale. Il Turkmenistan, invece, è il secondo più grande fornitore di gas dell’Impero del Centro.

Durante il viaggio, Xi e il suo omologo Gurbanguly Berdimuhamedov hanno inaugurato nel paese centroasiatico l’inizio delle attività produttive presso il giacimento gasifero di Galkynysh, il secondo più grande al mondo. Inoltre, i 2 leader hanno sottoscritto un accordo per la vendita di 25 miliardi di metri cubi (bcm) di gas all’anno da parte della TurkmenGas alla China National Petroleum Corporation (Cnpc). È previsto che si raggiungano i 65 bcm entro il 2020. Tutte le infrastrutture che consentono il trasporto d’idrocarburi dall’Asia Centrale verso la costa cinese – il cuore politico ed economico del paese – passano per il fragile Xinjiang.

Questo è il problema di Pechino. A ciò si aggiunge che comunità di uiguri abitano anche i paesi confinanti con la “Nuova frontiera”. Tali fattori obbligano la Cina e i suoi partner regionali ad alzare la guardia nella lotta al terrorismo. In questo ambito la Sco – che si impegna nella lotta contro “i 3 mali” (terrorismo, estremismo e separatismo) – ha un ruolo fondamentale. Non a caso, durante l’ultimo meeting dell’Organizzazione, gli Stati membri (Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan) hanno firmato una dichiarazione congiunta per migliorare le basi legali della collaborazione internazionale nel campo della sicurezza.

L’attentato di Tiananmen non getta il governo cinese nel panico. Anzi, è una ghiotta occasione per irrigidire ulteriormente i controlli e la censura nello Xinjiang. Il rischio è di generare un nuovo inasprimento dei rapporti con la minoranza etnica. Finché Pechino non troverà la chiave di volta per dialogare pacificamente con gli uiguri, difficilmente lo Xinjiang potrà considerarsi un hub energetico affidabile.

La Cina, Weibo e la censura a corrente alternata

Limes – rivista italiana di geopolitica – articolo tratto da limesonline.com 

[Chi ha paura del mouse? vignetta di Crazy Crab; fonte: cartoonmovement.com]

Che parole come “Tiananmen” – la celebre piazza di Pechino – o Falun Gong – il movimento spirituale bandito dal governo cinese – siano censurate nei motori di ricerca cinesi non è un mistero.

La leadership mandarina infatti non vuole che i cinesi approfondiscano le tematiche considerate “inappropriate”, come le celebri proteste del 1989 in cui secondo la Croce Rossa morirono 2300 persone. È più difficile capire perché la settimana scorsa sono passati sotto la mannaia dal governo cinese termini come “marciare” (youxing) e i numeri “sette, uno” uniti al verbo “passeggiare” (in cinese qi, yi e sanbu). La ragione è la medesima. Infatti digitando su Weibo, il Twitter cinese, queste parole “innocue” si poteva accedere ai dibattiti sulle recenti manifestazioni svoltesi a Hong Kong.

 L’1 luglio (appunto uno/sette), il giorno in cui nel ’97 il Regno Unito ha restituito la città alla Cina, i cittadini dell’ex colonia sono scesi in strada, nel distretto di “Central” (Zhonghai) per manifestare contro il governo di Pechino e pretendere il suffragio universale, scopo ultimo previsto dal testo quasi costituzionale dell’ex colonia. La Regione ad amministrazione speciale di Hong Kong (Hksar) è una democrazia monca il cui sistema elettorale garantisce la nomina di un chief executive (il capo di governo locale) fedele alla politica di Pechino. Il governo della Repubblica Popolare Cinese (Prc), scoperto l’escamotage utilizzato dai netizens (gli abitanti di Internet) per parlare liberamente dell’ex colonia, ha impedito tempestivamente la ricerca e la pubblicazione di post contenenti le menzionate parole chiave. Si tratta di un imbavagliamento istantaneo che ormai è diventato routine. Tuttavia, per i censori mandarini non è sempre così semplice fare il proprio lavoro.

La lingua cinese, infatti, è caratterizzata da una grande varietà di termini scritti con ideogrammi completamente diversi tra loro ma pronunciati nello stesso modo (seppur con una tonalità diversa). Questa sottigliezza lessicale consente ai netizens di formulare dei giochi di parole con cui guadagnarsi uno spazio per discutere liberamente, anche se per poco tempo.

Sempre l’1 luglio, che è anche il giorno in cui è stato fondato il Partito Comunista Cinese (Pcc), la frase “tre stupide prostitute (san ge daibiao) è stata censurata perché celava un argomento molto delicato che è pronunciato alla stessa maniera, seppur con tonalità diverse: quello delle “tre rappresentanze”, enunciate da Jiang Zemin nel 2000. Secondo l’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese, il potere del Partito proviene dalla sua capacità di rappresentare le esigenze delle forze produttive più avanzate del paese, l’orientamento di una cultura avanzata e gli interessi della stragrande maggioranza dei cinesi. Il fatto che il gioco di parole accostasse delle prostitute ai concetti espressi dall’ex leader cinese era tutt’altro che una coincidenza.

Negli stessi giorni delle proteste hongkonghesi anche la combinazione “cappello di pelle” (in cinese pi mao), un modo informale per riferirsi agli uiguri, non dava alcun risultato. Nel mirino della censura in quel caso erano i recenti scontri avvenuti a Lukqun, Turban e Hotan nello Xinjiang tra gli abitanti e le forze di polizia. Il governo ha prontamente affermato che si è trattato di attacchi terroristici.

Il problema è un altro. A causa della costante migrazione di cinesi di etnia han (la più numerosa del paese) nella regione e delle politiche di normalizzazione imposte da Pechino, gli abitanti della “nuova frontiera” periodicamente si ribellano contro le autorità. Il 5 luglio, l’anniversario della strage di Urumqi, dove nel 2009 sono morte 200 persone, il governo ha intensificato i controlli per impedire ulteriori rappresaglie e ha posto una taglia su 11 ricercati ritenuti responsabili degli attacchi terroristici. La ricompensa oscillava tra i 50 mila e i 100 mila yuan (tra 6 mila e 12 mila euro circa). Neanche a dirlo in quei giorni non era possibile cercare la parola “Xinjiang” unita alle parole “terrore” o “violenza”.

A qualche giorno di distanza dai tre anniversari cinesi, le parole chiave citate erano nuovamente rintracciabili. Pechino si serve di una censura a corrente alternata per irrobustire la muraglia di fuoco cibernetica. Magari lasciando volontariamente qualche mattone fuori posto, per vedere chi prova ad affacciarsi dall’altra parte (vedi la possibilità di poter scavalcare i filtri digitali servendosi di software ad hoc).

 Il sistema della “censura saltuaria” è forse ancora più pericoloso di quello a censura fissa che colpisce siti come Facebook, Twitter, YouTube perché accorcia ed estende la libertà del cittadino come fosse una fisarmonica, a sua insaputa. Inoltre, l’intervento tempestivo con cui sono filtrati i contenuti del web mette in luce le paure della leadership mandarina.

Pur riconoscendone le sconfinate potenzialità, Pechino sa che Internet è un campo minato e ogni parola, anche quelle più innocua, può essere un innesco.

Tuttavia, data la ricchezza del patrimonio linguistico cinese e la fervida fantasia dei netizens, se i censori mandarini pensano che per limitare lo scambio di idee sia sufficiente eliminare ogni parola reputata occasionalmente pericolosa, forse farebbero prima a buttare il dizionario.

(12/07/2013)

Guge bricks: il muro che divide Cina e Occidente

Guge bricks, il muro che divide Cina e Occidente

di Giorgio Cuscito
articolo tratto da Limes rivista italiana di geopolitica: http://temi.repubblica.it/limes/guge-bricks-il-muro-che-divide-cina-e-occidente/48797
Conversazione con l’artista Shu Yong, che con la sua ultima opera Guge bricks (“i mattoni di Google”), esposta alla Biennale di Venezia, esplora le difficoltà di comunicazione tra l’Impero di Centro e il resto del mondo partendo dagli errori di traduzione compiuti dal motore di ricerca. Quando il gallo dialoga con l’anatra.


[L’opera Guge bricks esposta alla Biennale di Venezia. Fonte: enghunan.gov.cn]

Shu Yong, nato nel 1974 a Xupu, nello Hunan, è un eclettico artista cinese che tramite un linguaggio semplice e diretto intende conferire alle sue opere una funzione sociale e indurre il pubblico a una partecipazione attiva. Dal 1 giugno fino al 24 novembre la sua ultima creazione dal nome “Guge bricks” è in mostra presso il padiglione cinese della 55ª Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
LIMES Può parlarci della sua esperienza in Italia e della sua ultima opera?
SHU Sono molto felice di avere l’opportunità di rappresentare, insieme ad altri sette artisti connazionali, la Cina alla Biennale di Venezia. È un evento di portata internazionale a cui chiunque vorrebbe partecipare.

Il nome della mia opera è Guge bricks (“i mattoni di Google”). Per realizzarla ho tratto ispirazione dalle difficoltà di comunicazione che intercorrono tra cinesi e occidentali. Io stesso non parlo inglese e quando sono all’estero, a meno che non ci sia una persona che parla la mia lingua, posso interagire con gli altri solo a gesti. In questi casi pensiamo di capirci, ma spesso ciò che recepiamo è completamente diverso da quanto vogliamo trasmetterci.
Prendendo spunto da televisione, giornali e social network cinesi ho raccolto 1.500 frasi o parole che identificano gli aspetti sociali e culturali della vita nel mio paese. Naturalmente ho anche incluso vecchi e nuovi termini politici, comeZhonguo meng (il sogno cinese), utilizzato recentemente dal presidente Xi Jinping.

Poi ho tradotto in inglese le parole raccolte con il programma Google translate; in molti casi la traduzione era errata – segno della scarsa conscenza reciproca delle nostre rispettive culture. Ho deciso di utilizzare Google e non Baidu (un browser cinese) proprio perché il software statunitense è un simbolo dell’Occidente.
In seguito, ho scritto a mano le frasi in entrambe le lingue su 1.500 fogli di carta di riso che poi ho inserito in altrettanti mattoni trasparenti. In questo modo ho creato un muro lungo circa 19 metri e alto 2. Da qui il nome “mattoni di Google”. Ci sono voluti tre mesi per realizzarlo e confesso che adoperando il pennello ho fatto molta più fatica a scrivere in inglese piuttosto che in cinese. Quando il muro viene posizionato alla luce del sole diventa molto luminoso e genera un’atmosfera quasi surreale e le parole sembrano incastonate nell’ambra.

L’opera riflette le incomprensioni che possono emergere tra Cina e Occidente. L’alto livello qualitativo delle tecnologie moderne ci illude che oggi sia più semplice comunicare, ma non è così. Affidarsi alla traduzione automatica realizzata da un software – per quanto efficiente possa essere – significa tralasciare il sostrato culturale a cui le parole fanno riferimento.

Guge bricks pertanto rappresenta il muro linguistico-culturale che separa le nostre società e intende mandare un messaggio a entrambe: Cina e Occidente devono impegnarsi per far conoscere la propria cultura e al contempo sforzarsi di conoscere quella altrui.

Affidarsi solo a ciò che ci raccontano i mezzi di comunicazione del nostro paese non è sufficiente poiché essi rappresentano specifici interessi economici, politici e sociali. Se vogliamo superare gli stereotipi dobbiamo andare oltre queste barriere ed essere più sinceri tra noi.

LIMES Il governo cinese si impegna a sufficienza per incentivare lo scambio culturale con l’Occidente?
SHU 
In questi anni il governo sta portando avanti molte attività, si pensi all’organizzazione dell’Anno della cultura cinese in Italia e in Francia o la partecipazione di artisti a eventi culturali nel mondo, come la Biennale di Venezia.

Tuttavia ritengo che non sia sufficiente affidarsi solo ai metodi tradizionali. La Cina dovrebbe usare un linguaggio più internazionale per diffondere la sua cultura efficacemente. Spesso questo non accade e comunicare diventa difficile, come quando un gallo cerca di dialogare con un’anatra.

La mia opera è rivolta a tutti indipendentemente dalla nazionalità. Non importa se non si conosce la lingua dell’altro. Quelli che conoscono solo il cinese guardando il muro possono capire l’attualità della Cina. Chi conosce sia il cinese sia l’inglese può carpire l’enorme differenza tra le due culture. Coloro che capiscono solo l’inglese potranno riflettere sulle difficoltà di comunicazione con la Cina. Per chi non conosce nessuna delle due lingue sarà incomprensibile, come il dizionario di un alieno. In questo modo l’opera stessa diventerà un ostacolo e il pubblico ne diventerà parte integrante.Una volta terminata la Biennale, porterò Guge bricks in altri paesi perché tutti ne comprendano il messaggio, i mattoni saranno divisi in più gruppi che andranno in musei e collezioni private. Sarà un modo per distruggere idealmente il muro che ci divide.
LIMES Qual è il rapporto tra politica e arte in Cina? La prima costituisce un limite per la seconda? SHU In qualunque paese la politica può essere un ostacolo. È proprio la presenza di limiti che spinge l’arte a cercare nuovi metodi di espressione. Infatti, uno degli obiettivi dell’artista è quello di esprimere con le sue opere ciò che non si potrebbe dire.

Inoltre, per via dello sviluppo economico la Cina sta attraversando una fase di imperfezione che paradossalmente fa si che l’arte sia più libera; del resto, i pesci non nuotano dove l’acqua è troppo limpida. Per questo motivo sono felice di poter vivere in un periodo così affascinante. In Europa, al contrario, la situazione sociale è più statica. Da quando sono venuto qui la prima volta, 10 anni fa, non è cambiato niente e probabilmente tutto rimarrà identico fra 30 anni. Quando la crescita si arresta, l’arte si indebolisce e si riduce a semplice ornamento.


LIMES Cosa pensa dell’artista Ai Wei Wei e del suo rapporto con la politica? 

SHU Il rapporto conflittuale di Ai con la politica non è una cosa negativa. Il suo obiettivo è esprimere in maniera oggettiva i problemi sociali della Cina.  Penso che il governo cinese debba essere più disponibile, accettare le nuove forme d’arte e in generale essere più aperto verso le opinioni altrui. Il rapporto tra arte e politica è interattivo, poiché sono entrambe due espressioni della nostra esistenza.


LIMES È utopico pensare che Cina e Occidente possano comprendersi veramente in futuro?

SHU La barriera comunicativa esisterà sempre, ma se ci sforziamo di conoscerci reciprocamente sul piano culturale possiamo certamente fare grandi passi in avanti e migliorarci reciprocamente.

Per approfondire:  Media come armi |  Il sogno della Cina
(28/06/2013)