Lippi in Cina: quando il calcio diventa Soft Power

Dopo due anni di pausa Marcello Lippi, allenatore di Juventus, Inter e Nazionale, riparte dalla Cina: dal 17 maggio, l’ex CT azzurro è alla guida del Guangzhou Evergrande, con cui ha firmato un contratto da 10 milioni di euro a stagione per due anni e mezzo. 

Il Guangzhou milita nella Chinese Super League (CLS), la serie A mandarina. Il presidente della squadra, il trentunenne finanziere Liu Yongzhuo, si ispira dichiaratemente a Roman Abramovich ed intende fare della squadra di Canton il “Chelsea d’Asia”. 
Partecipa alla spedizione lo staff composto da Rampulla (ex portiere della Juventus), Pezzotti, Gaudino e Maddaloni.
Lippi festeggia la sua prima vittoria in Cina


Marcello Lippi ha cominciato alla grande la sua avventura  battendo i Giapponesi del Tokio F.C. e approdando ai quarti di finale dell’Asian Champions League.  
Come gli arabi circa 10 anni fa, i cinesi hanno iniziato una ricca “campagna acquisti” sul mercato europeo per garantire un salto di qualità al proprio calcio. L’allenatore italiano non è infatti l’unico ad aver ricevuto proposte dall’Impero di Mezzo: anche Didier Drogba, ex Chelsea, e Alex Del Piero, ex capitano della Juventus, sembrano in partenza per l’Oriente.
La volontà (o la speranza) di far progredire il calcio mandarino al livello di quello europeo si inserisce nel contesto più ampio della crescita sportiva del paese del dragone.
In questi anni, numerosi sportivi cinesi sono saliti alla ribalta: Liu Xiang ha vinto la medaglia d’oro nei 110 metri ad ostacoli alle Olimpiadi di Atene 2004; la tennista Li Na (Na Li in Occidente) è stata n.4 del mondo nel 2011 e prima cinese a vincere il Roland Garros; i cestisti Yao Ming e Jeremy Lin, sono diventati stelle dell’NBA, l’olimpo del basket.
Per ragioni strategiche, il successo di questi atleti è importante non solo per i cittadini cinesi, ma anche per il Governo. 


Un atleta vincente è sintesi di forza fisica e talento; inoltre, in quanto personaggio pubblico, rappresenta la società in cui è nato e cresciuto. 

Pertanto, quando un cinese conquista una medaglia o vince una competizione internazionale, trasmette l’immagine di una Cina migliore (forte fisicamente e intellettualmente) e incentiva la diffusione della cultura confuciana nel resto del mondo.


In questo senso, il progetto calcistico iniziato con il viaggio di Lippi non è legato solo a fattori economici.Tenendo conto del peso sociale che il calcio ha in Europa, “lo sport più seguito al mondo” può diventare per i cinesi un mezzo di penetrazione culturale più efficace dei “ravioli al vapore” o degli Istituti Confucio.   
Anche il calcio è diventato Soft Power.

Zai jian Al Jazzera

L‘ 8 maggio la rete televisiva Al Jazeera ha ufficialmente chiuso l’ufficio di corrispondenza di lingua inglese in Cina, dopo che il governo della RPC non ha rinnovato il visto alla corrispondente Melissa Chan. 


Melissa Chan 

La Chan si è guadagnata in questi anni la reputazione di eccellente reporter seguendo per la sua emittente eventi come le Olimpiadi di Pechino, il terremoto nel Sichuan, le rivolte di Urumqi nell’ovest della Cina e, recentemente, lo scandalo delle “black jails” (centri di detenzione “extralegali”).
Quella di Chan è la prima espulsione di un giornalista straniero dalla Cina dopo 13 anni. 
Raramente domande scomode vengono poste ai politici cinesi, e altrettanto raramente questi rispondono in maniera diretta: l’episodio di Chan non ha fatto eccezione. Il portavoce del Ministro degli Esteri, Hong Lei, ha evitato di giustificare apertamente l’espulsione della giornalista americana, limitandosi a dichiarare che “la RPC accoglie i giornalisti che riportano le notizie in maniera obiettiva” e che “rispettano le leggi cinesi”.  
Non solo Pechino ha negato il visto a Chan, ma anche agli altri reporter di lingua inglese proposti dalla rete televisiva con sede in Qatar. Al Jazeera, ha dichiarato che non smetterà di richiedere al governo cinese l’autorizzazione per la presenza di reporter anglofoni; nel frattempo l’emittente televisiva continuerà a raccontare le vicende del drago in lingua araba.
Alle dichiarazioni di Pechino, Chan ha risposto di aver lavorato per cinque anni in maniera onesta ed equa senza infrangere nessuna legge. La giornalista ha aggiunto: “La Cina è un paese strano, un momento esalti la veloce trasformazione, la crescita e la speranza di molti; un momento sei disgustato dalla corruzione, dai problemi di un sistema autoritario monopartitico, e dalla violazione dei diritti umani e della dignità”.  
Secondo la FCCC (Club dei corrispondenti stranieri in Cina), il mancato rinnovo del visto potrebbe essere dovuto a un documentario trasmesso da Al Jazeera sui dissidenti cinesi, al quale peraltro la giornalista non ha partecipato.
L’espulsione di Melissa Chan è un’atto di forza che nasconde (non molto bene) la profonda insicurezza del governo di Pechino riguardo l’informazione e la libertà di parola.  

Le paure cinesi non saranno condivisibili sul piano etico, ma possono essere comprese su quello strategico; il governo cinese, tenendo conto dei numerosi punti deboli (questione Tibet, Xinjiang, problema Taiwan, aumento del divario tra ricchi e poveri ecc..) non intende lasciare a briglia sciolta i mezzi d’informazione. 
Il problema non è nelle vulnerabilità cinesi, ma, come per il caso Chan, nelle soluzioni maldestramente adottate.
Cacciare un giornalista straniero è un chiaro atto intimidatorio rivolto a tutto il mondo della carta stampata e certamente non gioverà alla reputazione del governo cinese sul piano internazionale e nazionale. 
In termini di soft power ( si veda l’articolo precedente) i cinesi hanno, purtroppo, ancora molto da imparare. 




nota: 再见 (zài jiàn) in cinese significa arrivederci.

La fuga di Chen terrorizza gli USA e la Cina?

Nel film “l’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente” diretto ed interpretato da Bruce Lee nel 1972, il protagonista parte per Roma dove aiuterà “a suon di calci” degli amici minacciati dalla mafia locale. 

Il Chen di cui oggi parlano i quotidiani di tutto il mondo non padroneggia il Kung Fu, ma è comunque in grado di mettere in difficoltà Cina e Stati Uniti. 
Noto dissidente cinese, avvocato autodidatta e non vedente dalla nascita, Chen Guangcheng è diventato famoso dopo aver condotto una campagna contro l’aborto e la sterilizzazione forzata. 
Domenica 22 aprile l’attivista è fuggito dalla sua casa-prigione nel villaggio di Linyi nello Shandong dove era sorvegliato giorno e notte da agenti governativi. Una volta scavalcato il muro della sua abitazione, Chen si è recato nel posto “più sicuro della Cina” per un dissidente: l’ambasciata americana

Oggi l’agenzia governativa Xinhua, che nei giorni passati non si è mai occupata dell’argomento, comunica che l’avvocato ha abbandonato la sede diplomatica statunitense e si trova nell’ospedale di Chaoyang per ricevere delle cure mediche.
Secondo il New York Times, i funzionari americani avrebbero aiutato e accolto Chen per motivi umanitari; l’avvocato inoltre non si sarebbe rifugiato nell’ambasciata per chiedere asilo politico, ma per spingere il governo cinese a lasciarlo vivere  liberamente in Cina con la propria famiglia.
Il dialogo diplomatico è cominciato il 26 aprile. In base all’accordo tra americani e cinesi, Chen sarà trasferito con la sua famiglia a Tianjin, nel nord est della Cina. Inoltre, l’avvocato avrà la possibilità di proseguire gli studi accademici.
L’inaspettata fuga del dissidente Chen è avvenuta, forse non per caso, poco prima del viaggio del Segretario di Stato americano Hillary Clinton che si trova a Pechino per lo “Strategic and Economic Dialogue” sino-americano.
I cinesi hanno dichiarato di non aver gradito la sleale ingerenza americana negli affari interni dell’Impero di Mezzo; dal canto loro gli USA non sembrano sentirsi eccessivamente in colpa per aver aiutato Chen.
Malgrado l’evidente tensione sul piano diplomatico, è nell’interesse di entrambe le parti evitare che l’accaduto condizioni i negoziati in corso. 

Che si pronunci Business o 业务(Yè Wù) non fa differenza: entrambi i paesi pensano prima agli affari. 

   

Facebook acquista Instagram: Zuckerberg mette un piede in Cina?


     Si apre un nuovo capitolo nel complicato rapporto tra la Cina e il mondo del Web. 
Facebook, il noto social network, ha recentemente comprato l’azienda Instagram, creatrice dell’omonima applicazione di editing e condivisione di foto. 
   Come Youtube e Twitter, Facebook non è accessibile nella Repubblica Popolare Cinese (RPC) a meno che non si utilizzi un software illegale per scavalcare  la censura: perché?
    Pechino ritiene che l’utilizzo “inappropriato” di internet possa compromettere “l’armonia” della società cinese; in altre parole i cittadini potrebbero servirsi del Web come strumento di protesta contro il monolitico governo sinico. Per questo motivo il Dipartimento per la censura autorizza solo l’utilizzo dei software su cui può esercitare un’attività di costante monitoraggio. Le aziende americane citate, per una questione etica e di credibilità in Occidente, non sono (per ora?) disposte a sottostare ai vincoli cinesi. 
    Instagram, creata nel 2010, ha superato i 30 milioni di iscritti ed è un’applicazione molto diffusa in Cina. L’azienda non ha ancora un ufficio nel “paese del dragone” e deve il suo successo all’integrazione con Sina Weibo: il principale microblog cinese.   
   L’RPC con un miliardo di abitanti ed una classe media in constante espansione, è potenzialmente il più grande bacino digitale al mondo. A prescindere dalle riflessioni etiche sulla censura, qualunque azienda che operi nel Web sa che accedere al mercato cinese significa aumentare esponenzialmente i propri introiti.
    L’acquisizione a sorpresa di Instagram ha, perciò, un peso significativo: consente a Facebook di mettere un piede in Cina e discutere con Pechino i termini del loro rapporto. Nel frattempo il CEO Mark Zuckerberg ha affermato che l’applicazione Instagram sarà gestita autonomamente e continuerà a lavorare con Sina Weibo. 
  Verità o pretattica? Cosa succederebbe se il colosso americano decidesse di integrare l’applicazione di photo-sharing nel proprio social network?
Due le possibili conseguenze: l’effettivo ingresso di Facebook oppure “l’espulsione” di Instagram dall’Impero di Mezzo.
   Un accordo per il libero utilizzo del social network in Cina non sarebbe senza compromessi. Persino Google, il celebre motore di ricerca, dopo un lungo gioco delle parti ha dovuto piegarsi alla censura cinese:  i server dell’azienda di Mountain View si trovano ad Hong Kong, fuori dalla “Muraglia di fuoco” che isola la Cina digitale, ma i cittadini nella RPC  possono accedere solo agli argomenti filtrati e selezionati dal “Grande Fratello” cinese.  
    E’ forse anche per questo motivo che numerosi utenti di Sina Weibo hanno manifestato “a suon di tweet” l’intenzione di non utilizzare più Instagram, certi dell’imminente chiusura.  Intanto Q Pai di Tencent QQ (l’equivalente di MSN Messenger) e Motu di Baidu (il Google cinese), nuove applicazioni nazionali per modificare e condividere i propri scatti,  stanno acquistando crescente notorietà. 
I cinesi si preparano al blocco di Instagram, ma solo con il tempo capiremo se “l’acquisizione da un miliardo di dollari” si tradurrà in un saggio investimento oppure no.