I commenti dei media cinesi sull’anniversario della Rivoluzione culturale

Questa fu lanciata il 16 maggio del 1966 dal “grande timoniere” Mao Zedong per riguadagnare potere dopo il fallimento del “Grande balzo in avanti” (il piano economico per industrializzare il paese), che ne aveva indebolito il ruolo all’interno del Partito comunista, e preservare l’ideologia comunista.

L’escalation della Rivoluzione culturale è stata segnata da caos e violenza che hanno provocato milioni di morti. Per questo  l’ argomento è soggetto alla censura di Pechino. 

Il Quotidiano del Popolo e il tabloid “fratello” in lingua inglese Global Times  hanno mandato un messaggio chiaro: la Rivoluzione culturale fa parte del passato, bisogna guardare avanti lungo la via del “socialismo con caratteristiche cinesi”. 

“Negare completamente i valori della Rivoluzione culturale non è solo una cosa su cui è d’accordo tutto il Partito, ma tutta la società cinese”, afferma il Global Times. La Cina ha fatto enormi passi in avanti in termini di crescita economica da quel periodo e “non è possibile che una simile rivoluzione si ripeta”. 

L’articolo sostiene che molti paesi hanno sperimentato nel corso degli ultimi anni guerre civili, ma non la Cina, resa quasi immune da quell’esperienza. “Nessuno teme i tumulti e desidera stabilità più di noi”. In questa frase emerge come il mantenimento della stabilità (in cinese weiwen) rappresenti il pilastro geopolitico della Repubblica popolare, da cui dipende la sovranità del Partito comunista cinese. 

Il Quotidiano del Popolo sostiene che 30 anni dopo l’inizio del programma di riforme economiche e di apertura lanciato da Deng Xiaoping, “la nazione è diventata forte, la qualità della vita è migliorata continuamente e il sistema legale socialista democratico si è rafforzato”.

Entrambi gli editoriali inoltre riaffermano la correttezza della risoluzione del Partito comunista sulla Rivoluzione culturale. Questa, adottata nel 1981, definisce il periodo tra il 1966 e il 1976 come un “decennio catastrofico”. Tuttavia sminuisce le responsabilità di Mao Zedong e attribuisce la maggior parte delle colpe alla “banda dei quattro”, gruppo di politici arrestati nel 1976 dopo la morte del “grande timoniere” che includeva anche la sua ultima moglie, Jian Qing.  

Del resto criticare totalmente Mao significherebbe mettere in discussione le stesse basi ideologiche su cui si fonda il Partito comunista cinese.

Negli ultimi anni, il presidente Xi Jinping ha accentrato notevolmente il suo potere e in molti in Occidente hanno affermato – forse in maniera prematura – che con lui stia tornando in auge il culto della personalità dell’epoca di Mao. 

Ad ogni modo le resistenze interne al Partito, lasciano intendere che la leadership di Xi non è così salda come si pensava. Tale contesto rende la Rivoluzione culturale un tema ancora più delicato.

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