Facebook acquista Instagram: Zuckerberg mette un piede in Cina?


     Si apre un nuovo capitolo nel complicato rapporto tra la Cina e il mondo del Web. 
Facebook, il noto social network, ha recentemente comprato l’azienda Instagram, creatrice dell’omonima applicazione di editing e condivisione di foto. 
   Come Youtube e Twitter, Facebook non è accessibile nella Repubblica Popolare Cinese (RPC) a meno che non si utilizzi un software illegale per scavalcare  la censura: perché?
    Pechino ritiene che l’utilizzo “inappropriato” di internet possa compromettere “l’armonia” della società cinese; in altre parole i cittadini potrebbero servirsi del Web come strumento di protesta contro il monolitico governo sinico. Per questo motivo il Dipartimento per la censura autorizza solo l’utilizzo dei software su cui può esercitare un’attività di costante monitoraggio. Le aziende americane citate, per una questione etica e di credibilità in Occidente, non sono (per ora?) disposte a sottostare ai vincoli cinesi. 
    Instagram, creata nel 2010, ha superato i 30 milioni di iscritti ed è un’applicazione molto diffusa in Cina. L’azienda non ha ancora un ufficio nel “paese del dragone” e deve il suo successo all’integrazione con Sina Weibo: il principale microblog cinese.   
   L’RPC con un miliardo di abitanti ed una classe media in constante espansione, è potenzialmente il più grande bacino digitale al mondo. A prescindere dalle riflessioni etiche sulla censura, qualunque azienda che operi nel Web sa che accedere al mercato cinese significa aumentare esponenzialmente i propri introiti.
    L’acquisizione a sorpresa di Instagram ha, perciò, un peso significativo: consente a Facebook di mettere un piede in Cina e discutere con Pechino i termini del loro rapporto. Nel frattempo il CEO Mark Zuckerberg ha affermato che l’applicazione Instagram sarà gestita autonomamente e continuerà a lavorare con Sina Weibo. 
  Verità o pretattica? Cosa succederebbe se il colosso americano decidesse di integrare l’applicazione di photo-sharing nel proprio social network?
Due le possibili conseguenze: l’effettivo ingresso di Facebook oppure “l’espulsione” di Instagram dall’Impero di Mezzo.
   Un accordo per il libero utilizzo del social network in Cina non sarebbe senza compromessi. Persino Google, il celebre motore di ricerca, dopo un lungo gioco delle parti ha dovuto piegarsi alla censura cinese:  i server dell’azienda di Mountain View si trovano ad Hong Kong, fuori dalla “Muraglia di fuoco” che isola la Cina digitale, ma i cittadini nella RPC  possono accedere solo agli argomenti filtrati e selezionati dal “Grande Fratello” cinese.  
    E’ forse anche per questo motivo che numerosi utenti di Sina Weibo hanno manifestato “a suon di tweet” l’intenzione di non utilizzare più Instagram, certi dell’imminente chiusura.  Intanto Q Pai di Tencent QQ (l’equivalente di MSN Messenger) e Motu di Baidu (il Google cinese), nuove applicazioni nazionali per modificare e condividere i propri scatti,  stanno acquistando crescente notorietà. 
I cinesi si preparano al blocco di Instagram, ma solo con il tempo capiremo se “l’acquisizione da un miliardo di dollari” si tradurrà in un saggio investimento oppure no.  

"L’invasione delle locuste": Leung sbarra le porte alle madri non residenti


Hong Kong, oggi Regione ad Amministrazione Speciale della Repubblica Popolare Cinese (HKSAR), sta affrontando un’insolita migrazione di cittadini dal resto del paese. In particolare si tratta di donne che desiderano partorire nell’ex colonia inglese per approfittare  delle migliori condizioni sanitarie, ma soprattutto per garantire ai figli il diritto di residenza e dodici anni di istruzione gratuita. Nel 2011 i bambini nati a Hong Kong da genitori non residenti nel territorio sono stati più di 36.000, cifra destinata a scendere intorno a 25.000 nel 2013. Questa migrazione, definita dal quotidiano locale “Pinguo Ribao” come “l’invasione delle locuste”, sta provocando un forte malcontento tra gli Hongkongers che temono il prosciugamento delle risorse economiche.

L’articolo in questione recita:Volete spendere 1.000.000 di HK$ ogni 18 minuti per crescere un bambino i cui genitori non sono residenti? Cittadini di Hong Kong, ne abbiamo abbastanza! Poiché capiamo che voi (cinesi) siete minacciati dal latte in polvere contaminato, vi abbiamo permesso di venire e accaparrarvi il nostro; poiché capiamo che non avete diritti, vi abbiamo ospitato nel vostro viaggio “libero” a Hong Kong, poiché capiamo che il vostro sistema educativo è indietro, abbiamo condiviso le nostre risorse educative con voi; poiché sappiamo che non leggete il cinese tradizionale, abbiamo utilizzato quello semplificato. 
Per favore rispettate la nostra cultura quando venite ad Hong Kong, se non fosse per Hong Kong sareste fregati. Chiediamo fortemente al governo di rivedere l’articolo 24 della Basic Law! Poniamo fine all’invasione senza fine delle donne incinta non residenti provenienti dal Mainland!”. 


 Il testo dell’articolo sul Pingguo Ribao, 香港人,忍够了(cittadini di Hong Kong, ne abbiamo abbastanza!).
Il malcontento degli Hongkongers sembra essere stato ascoltato da Leung Chun-Ying, il neo-eletto Chief Executive, la cui investitura avverrà il prossimo primo luglio. Leung ha fissato il suo primo obiettivo da Capo dell’Esecutivo: proibire alle donne incinte provenienti dal Mainland e non sposate con uomini residenti ad Hong Kong di partorire negli ospedali privati dell’ex colonia inglese (1).   Qualora tale divieto non sia rispettato potrebbe non essere garantito ai loro figli il diritto di residenza. Se questa decisione è ben accolta dalla maggioranza degli Hongkongers, è senz’altro criticata dal settore privato ospedaliero. Secondo Alan Lau Kwok-lam, Segretario dell’Associazione degli Ospedali Privati di Hong Kong, la politica di Leung potrebbe provocare la chiusura di molti degli ospedali da lui rappresentati. 
 Tuttavia, Leung non ha specificato con quali mezzi voglia impedire il proseguimento dell’invasione: attraverso una diversa interpretazione del testo quasi-costituzionale di Hong Kong oppure con altri mezzi legali. Inoltre il neo-eletto Capo dell’Esecutivo ha affermato di non voler interferire o mettere pressione sull’attuale amministrazione, ma solo indicare quale sarà il primo punto della sua agenda politica una volta preso l’incarico.   
Le dichiarazioni di Leung lasciano parecchi dubbi, specialmente se si tiene conto delle vigorose proteste che hanno seguito la sua elezione.  Per l’ennesima volta l’elezione del Capo dell’Esecutivo non si è svolta in modo democratico: il Chief Executive di Hong Kong è scelto da un Election Committee controllato da Pechino e pertanto le sue scelte politiche sono sempre conformi ai dettami del Partito Comunista Cinese (PCC). 
 Tuttavia, sbarrare la porta ai cittadini del Mainland sembra essere una scelta in conflitto con gli interessi di Pechino. Da trent’anni il PCC manda segretamente ad Hong Kong funzionari con famiglia al seguito perché ottengano il diritto di residenza e quindi di voto. In questo modo il Partito può rafforzare il controllo del sistema politico ed intensificare la propaganda nella Regione. (2)
 Può la dichiarazione di Leung rappresentare solo una mossa per allentare la tensione e guadagnare il consenso degli Hongkongers prima della sua ufficiale investitura? 
L’unica cosa certa è che le proteste contro il governo locale e nazionale sono sempre più vibranti: fermare “l’invasione delle locuste” permetterebbe a Leung di cominciare il proprio mandato con un pizzico di credibilità in più.

Nota 1:Il termine Mainland è un termine geopolitico con cui si fa riferimento all’area sotto la giurisdizione della RPC e non include Hong Kong, Macao.
Nota 2: 83.000 prima del ’97, più di 30.000 dal ritorno alla Cina  C.LOH, Underground Party: the Chinese Communist Party in Hong Kong, Hong Kong University Press, 2010.